Depurazione, l’allarme del Commissario: “Costi in aumento, rischiamo il fermo degli interventi”

Quasi cento gli interventi in corso per chiudere almeno due delle quattro procedure europee d’infrazione aperte ai danni dell’Italia per la scarsa qualità della depurazione. Ma alla struttura del Commissario Maurizio Giugni manca il personale. In più, tempi delle autorizzazioni e costi dei materiali in aumento rallentano i lavori. “Rischiamo di bloccare alcuni interventi” dice Giugni a Ricicla.tv

Sono quasi cento gli interventi in corso per riallineare ai parametri delle direttive europee la gestione delle acque reflue in decine di agglomerati urbani da Nord a Sud dello Stivale, e chiudere così così almeno due delle quattro procedure d’infrazione attualmente aperte ai danni del nostro Paese. A partire da quella che nel 2018 ha visto l’Italia condannata al pagamento di una sanzione forfettaria da 25 milioni di euro più 165mila euro in multe quotidiane. Ovvero 60 milioni di euro l’anno. “Una cifra che si va riducendo”, spiega a Ricicla.tv il Commissario unico per la depurazione Maurizio Giugni, che punta a completare gli interventi entro il 2026. Ma sull’avanzamento dei lavori pendono le incognite legate alla scarsa qualità delle progettazioni, a tempi autorizzativi biblici e ai costi dei materiali in aumento.

L’attività del Commissario, al momento, si concentra quasi esclusivamente sulle due procedure più longeve, che contano complessivamente 91 agglomerati fuorilegge. La prima, quella delle sanzioni, aperta nel 2004 per agglomerati sopra i 5mila abitanti e la seconda nel 2009, “per la quale – spiega Giugni – si attende in tempi molto stretti la condanna a nuove sanzioni”, per gli agglomerati sopra i 10mila. Per le due procedure più recenti invece, datate 2014 e 2017, è atteso un dpcm, attualmente “in fase di bozza avanzata” spiega il Commissario, che dovrà assegnare le risorse necessarie. “Gli interventi in corso – sottolinea – sono 99, dei quali 67 in Sicilia”, la Regione che conta il maggior numero di agglomerati in infrazione nell’ambito delle prime due procedure, seguita da Calabria e Campania. “Il grado di attuazione è relativamente soddisfacente – osserva Giugni – su 99 interventi, 50 sono in via di attuazione”. In 13 casi gli interventi sono stati completati, in 34 i cantieri risultano aperti mentre sono 3 le gare in corso di svolgimento. I restanti interventi sono in fase di progettazione avanzata.

“Si potrebbe fare di più – commenta il Commissario – ma dobbiamo fare i conti con condizioni di contorno che stanno rallentando l’esecuzione degli interventi”. A partire dalle incognite relative alle progettazioni. Gli interventi in corso stanno mobilitando complessivamente circa 3 miliardi di euro e sono stati finanziati per la maggior parte da una delibera CIPE del 2012, che legava l’erogazione dei fondi alla supposta presenza di progetti cantierabili. Ma di cantierabile in realtà, dice Giugni, non c’era nulla. “C’erano progettazioni ‘anziane’ – spiega – e spesso inficiate dalla scarsa conoscenza dell’articolazione delle opere e del loro stato di manutenzione”. Oltre a rallentare l’iter attuativo la cosa “ha anche creato problemi economici” chiarisce il Commissario, visto che aggiornare i progetti “costa, anche parecchio” sottolinea, e che quei costi vanno scalati dagli importi destinati a ogni intervento, che sono fissati nella delibera CIPE del 2012.

Alle criticità della dimensione progettuale si sommano quelle della fase esecutiva. Come i tempi biblici dei procedimenti autorizzativi, che restano lunghi, spiega il Commissario, nonostante il dimezzamento disposto lo scorso anno con il decreto legislativo 152 del 2021. “L’incidenza di questo provvedimento – dice Giugni – che pure ho apprezzato, non è che sia stata molto significativa”. Altro capitolo l’insufficiente dotazione di personale della struttura commissariale, che opera attraverso convenzioni con società di Stato come Invitalia “che funge da centrale di committenza” e Sogesid, “che invece fornisce supporto tecnico”, ma questa articolazione al momento appare “fortemente sottodimensionata rispetto alle reali esigenze” sottolinea il Commissario. Soprattutto sul piano tecnico. “Molti Rup sono sovraccarichi di lavoro – racconta – e questo comporta un rallentamento dei tempi”.

In ultimo, come per tutte le stazioni appaltanti, c’è da fare i conti con l’aumento dei prezzi dei materiali, spinti da inflazione e caro energia. “Un esempio per tutti – dice il Commissario – nell’ultimo elenco prezzi della Regione Sicilia si prevede un aumento del prezzo delle tubazioni in polietilene del 120%. C’è un problema di adeguamento dei costi. E la coperta, evidentemente, è corta”. Perché al pari delle progettazioni, anche in questo caso i costi maggiorati erodono gli importi fissati per ogni intervento nella delibera CIPE. “Il rischio reale – aggiunge – è quello di bloccare alcuni interventi, perché non si può andare a gara se non c’è la copertura economica”.

Una lunga serie di incognite che rischia di rallentare i lavori per la chiusura del contenzioso con l’UE, vanificando gli sforzi profusi per impedire definitivamente il rilascio di reflui non depurati in mare o nei fiumi e arginare il salasso delle sanzioni. Ostacolando al tempo stesso il processo di recupero del ‘water service devide’ tra Nord e Sud del Paese. “Un tema che è evidenziato molto bene nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – dice Giugni, secondo cui – se il maggior numero di interventi si concentra tra Sicilia e Calabria una ragione ci sarà. Ed è il fatto che in quelle Regioni è ancora presente un gran numero di gestioni in economia”. Ovvero condotte direttamente dai Comuni. “Gestioni che ovviamente restituiscono risultati che non sono adeguati” spiega. E che, a differenza delle gestioni industriali, hanno anche maggiore difficoltà a reperire le risorse tecniche e finanziarie necessarie ad adeguare i cicli di trattamento ai principi dell’economia circolare. Ad esempio spingendo sulla produzione di biometano dai fanghi da depurazione. O sul reimpiego in agricoltura delle acque affinate, che resta una pratica marginale pur potendo contribuire ad alleviare gli effetti di una crisi idrica che, come insegna l’emergenza siccità di quest’estate, nel nostro Paese è fenomeno sempre più strutturale.

Soprattutto in quest’ultimo caso, spiega però il Commissario, la natura frammentaria della governance del ciclo non è l’unico problema. “C’è un tema legato alla necessità di un quadro normativo comune, che potrebbe essere superato dall’ormai prossima entrata in vigore della nuova direttiva europea” dice Giugni, ma c’è anche un problema di fattibilità economica, visto che oggi le acque affinate hanno un costo di gran lunga superiore rispetto a quelle prelevate dalla falda o dai corpi idrici. “Occorre che il riuso entri a far parte a pieno titolo della filiera del servizio integrato, di modo che le esternalità ambientali come la riduzione del prelievo da falda possano rientrare nell’ambito dei costi”. Così facendo, il costo dell’affinamento potrebbe essere coperto dal gestore con la tariffa “e riequilibrare la differenza di prezzo tra le diverse fonti di approvvigionamento”. Un po’ come accade per le attività di recupero di materia ed energia dai fanghi, che essendo coperte dalla tariffa consentono già oggi ai gestori di recuperare con la bolletta idrica gli investimenti in tecnologie innovative.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *