Sblocca Italia: è ancora crisi per gli impianti in Lombardia


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Dopo l’incontro tenutosi all’inizio del mese presso la Camera di Commercio di Milano con l’assessore all’ambiente della Regione Lombardia, Claudia Terzi, torna ad alzarsi l’appello delle imprese della filiera del riciclo messe in crisi dall’art.35 dello Sblocca Italia. La legge, entrata in vigore quasi tre anni fa, sbloccando i flussi ha permesso agli impianti lombardi che fanno recupero energetico degli rsu di poter contrattare materia proveniente da fuori regione senza l’autorizzazione del governo regionale. Nonostante l’abbondante dotazione impiantistica della regione, questo ha fatto sì che i rifiuti “forestieri”, pagando di più, ne saturassero la capacità a discapito dei locali.

L’appello arriva ancora una volta dalle associazioni delle imprese del settore del riciclo, Assorecuperi e Fise Unire, che denunciano questa mancanza di sbocchi per i materiali di risulta delle fasi di selezione e trattamento, che quindi finiscono per saturare la capacità di stoccaggio degli stessi. «Le aziende lombarde che ritirano e trattano i rifiuti non sanno più dove smaltire il residuale, gli inceneritori e le discariche regionali sono saturi e i prezzi per i conferimenti stanno lievitando. Questo nonostante in Lombardia ci siano ben 13 inceneritori di rifiuti con una notevole capacità di ricezione che potrebbe soddisfare  tutto il fabbisogno regionale e permettere lo smaltimento anche di notevoli quantità di rifiuti extraregionali – afferma Tiziano Brembilla, presidente di Assorecuperi – la crisi scaturisce dall’entrata in vigore del decreto “Sblocca Italia”,  ed in particolare dell’art. 35, con il quale il Governo ha permesso da un lato di aumentare i quantitativi di rifiuti trattati dagli inceneritori, bypassando le varie restrizioni imposte dalle autorizzazioni rilasciate dalla regione, dall’altro ha imposto agli stessi di dare priorità ai rifiuti urbani extraregionali rispetto agli speciali locali. Questo obbligo ha creato l’odierna situazione di crisi: gli inceneritori sono saturati dai rifiuti extraregionali mentre il residuale derivante dall’urbano lombardo e i rifiuti speciali delle aziende locali non possono più essere smaltiti».

La denuncia parte da un dato locale, ma rischia di riverberarsi a livello sistemico: se, come denunciano le associazioni, il legislatore sottovaluta l’effetto domino che alcune scelte portano alla filiera del riciclo sia a livello strettamente operativo che in termini di economicità dei processi, allora la capacità del comparto di produrre materia prima seconda al passo con la crescente offerta sarà impossibile.

«Qualsiasi attività di trattamento dei rifiuti produce più o meno scarti: ad esempio, per carta, plastica, vetro, legno e organico nel 2014 sono stati complessivamente quantificati scarti dalle attività di riciclo per 2,5 milioni di tonnellate (dati ultimo rapporto “Italia riciclo 2016”), che necessitano di una collocazione, rappresentata generalmente dal recupero energetico, ove tecnicamente possibile, o dalla discarica – dice Andrea Fluttero, Presidente di FISE UNIRE – purtroppo sta diventando sempre più difficile la gestione degli scarti da processi di riciclo dei rifiuti provenienti da attività produttive e da alcuni flussi della raccolta differenziata degli urbani, in particolare quelli degli imballaggi in plastica post-consumo. Ciò crea una “strozzatura” per le attività di riciclo e, a ritroso nella filiera, al normale funzionamento delle raccolte. Tale ostacolo da congiunturale sta diventando strutturale – conclude Fluttero – e rischia di inceppare in modo irreversibile il meccanismo virtuoso dell’economia circolare, a livello sia locale che di sistema».

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