Al via in Francia le nuove regole sull’etichettatura dei prodotti d’abbigliamento con l’indicazione del costo ambientale dei capi immessi sul mercato. L’iniziativa è entrata in vigore dal 1 ottobre e i produttori e distributori potranno partecipare su base volontaria. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di rendere i cittadini più consapevoli negli acquisti
La moda passa, lo stile resta. E, con il dovuto rispetto per l’iconica frase di Coco Chanel, potremmo aggiungere che a restare è anche l’impronta ambientale dei capi che ogni anno finiscono sul mercato. Per questo, la Francia, tra i paesi europei più all’avanguardia sul fronte della gestione sostenibile e circolare del tessile, ha introdotto dal primo ottobre di quest’anno un nuovo sistema di ‘Éco score textile‘ (o meglio, in francese, il ‘coût environnemental’ per il settore tessile). Si tratta, in sostanza, di una nuova etichetta, un cartellino, che non indicherà semplicemente il prezzo di un capo ma anche il costo ambientale.
“Più alto è il numero visualizzato, maggiore è l’impatto del prodotto sull’ambiente”, spiega il portale nazionale della pubblica amministrazione francese. Il numeretto da applicare sull’etichetta viene calcolato tenendo conto di diversi criteri relativi all’intero ciclo di vita del capo, come ad esempio il consumo di acqua e di altre risorse naturali, le modalità di trasporto utilizzate per portare i prodotti nei negozi o per consegnarli ai clienti finali, la possibilità di riciclo o riparazione e la resistenza di un capo, e cioè la capacità del capo di resistere all’usura legata al suo utilizzo e alla sua manutenzione. Altre categorie da prendere in considerazione sono la provenienza delle materie prime, i luoghi di produzione e il possibile rilascio di microfibre nel corso dei lavaggi.
L’obiettivo dell’iniziativa è quello di rendere più consapevoli i cittadini sulla scelta dell’acquisto di un capo d’abbigliamento. Almeno per il momento, tuttavia, la comunicazione trasparente degli impatti ambientali dei prodotti non sarà un obbligo per le aziende. Secondo il piano francese, infatti, i produttori, importatori e distributori che immettono capi di abbigliamento sul mercato francese potranno sì rendere pubblici i dati sui costi ambientali, ma solo ‘su base volontaria’. Dall’ottobre 2026, poi, ong, distributori e associazioni potranno a loro volta calcolare e assegnare un punteggio ai prodotti che ne sono privi, senza il previo accordo dei marchi.
“Il numero possibile di punti di impatto non è limitato da un valore massimo”, si legge sul portale della PA francese. Uno degli obiettivi del sistema, infatti, è quello della “visualizzazione ambientale” e cioè “consentire di effettuare un confronto ecologico tra, ad esempio, diversi maglioni di prezzo equivalente”. “Un costo ambientale di 1.000 punti rappresenta un impatto elevato per un paio di calzini o una tutina per neonati – spiega il Service Public – ma è un impatto basso per jeans o un cappotto che contengono molti più materiali”.
In vista dell’entrata in vigore di questa possibilità di etichettatura, per le aziende è stato realizzato il portale Écobalyse, uno strumento digitale gratuito per permettere ai produttori o distributori di capi di abbigliamento di calcolare il ‘coût environnemental’ dei prodotti tessili. Un’innovazione che conferma la posizione d’avanguardia della Francia sul percorso della transizione verde dell’industria tessile. La responsabilità estesa del produttore per la gestione dei prodotti a fine vita è in vigore già da diversi anni ed è in dirittura d’arrivo anche la legge per frenare l’ultra fast fashion con obblighi di comunicazione dell’impatto ambientale e restrizioni sulla pubblicità per i colossi della moda ultra veloce.
Le iniziative francesi sono un banco di prova anche per l’Unione europea, chiamata a confrontarsi con il crescente peso ambientale, economico e sociale dell’industria tessile e dei suoi rifiuti. Nel Vecchio Continente vengono generate ogni anno circa 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, ma l’aumento vertiginoso delle quantità e il calo della qualità, legato soprattutto al fast fashion, sta mandando in crisi il settore della raccolta e valorizzazione, che non riesce più a sostenere i costi per l’avvio a riutilizzo o riciclo delle immense quantità di abiti, accessori e scarpe che ogni giorno arrivano negli impianti.


