Palermo e Catania, così i termovalorizzatori diventano architettura del paesaggio

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Mario Catalano
14/07/2026

I poli di Palermo e Catania saranno concepiti come architetture integrate nel paesaggio, non come infrastrutture da nascondere. A Bellolampo forme, colori e materiali richiameranno la montagna, mentre a Catania tetti pensili, acqua e verde costruiranno un nuovo parco industriale urbano. Il progetto punta così a trasformare i termovalorizzatori in spazi riconoscibili e, almeno in parte, fruibili dal territorio


La Regione Siciliana ha ufficialmente presentato i progetti definitivi per i due poli tecnologici di Palermo e Catania, che grazie al recupero energetico punteranno a superare la cronica dipendenza dell’isola dallo smaltimento in discarica, trasformando i rifiuti non riciclabili in energia per centinaia di migliaia di famiglie. Un momento di svolta, che nelle ambizioni degli uffici regionali e dei partner dell’iniziativa non dovrà riguardare solo le strategie di gestione dei rifiuti, ma diventare espressione di una visione nuova di sviluppo del territorio, come spiegato dall’architetto Claudio Turrini, direttore tecnico di CREW, la società di progettazione multidisciplinare di FS Sistemi Urbani che ha curato la filosofia estetica degli impianti. “L’obiettivo – spiega Turrini a Ricicla.tv – non è nascondere gli impianti, ma renderli parte del territorio. Preferisco parlare di architettura organica, cioè di edifici che si integrano nel paesaggio e che non si mimetizzano necessariamente, ma che ne diventano parte”.

Il cuore dell’operazione poggia su una capacità di incenerimento complessiva di 600mila tonnellate annue, destinate esclusivamente alle frazioni non riciclabili dei rifiuti urbani, che genereranno una produzione di energia elettrica di circa 469,6 GWh all’anno. Una mole di energia equivalente al fabbisogno di 174 mila famiglie siciliane. Mentre il 10% dell’energia prodotta servirà all’autoalimentazione dei siti, il restante 90% sarà ceduto alla rete nazionale, generando introiti che, nelle intenzioni della Regione, dovranno consentire di abbattere i costi di gestione per i Comuni e, di conseguenza, la Tari per le utenze domestiche e commerciali.

Per l’impianto di Palermo, situato nell’area di Bellolampo, sede di una delle principali discariche dell’isola, la sfida architettonica è stata quella di dialogare con un’orografia potente e complessa. L’obiettivo, ambizioso, spiega Turrini, è fare in modo che la struttura appaia come un’estensione naturale della montagna. Per questo sono stati scelti materiali che riprodurranno le sfumature ruggine dell’acciaio corten, “tonalità del bruciato e della sabbia a richiamare i colori del paesaggio naturale che troviamo a Bellolampo”. In questo modo, chiarisce l’architetto, il complesso non si limiterà a occupare uno spazio, ma ne assorbirà i colori, integrandosi volumetricamente attraverso curve di livello che seguono il profilo del terreno. Il progetto prevede anche un tetto percorribile, rendendo la struttura una parte integrante del paesaggio fruibile, minimizzando l’impatto visivo tipico delle grandi zone industriali.

Se a Palermo sarà la natura a dettare le forme, a Catania l’impianto sorgerà invece in una zona pianeggiante e industriale a tre chilometri dal mare, richiedendo una strategia diametralmente opposta: la creazione ex novo di un paesaggio industriale che non stravolga il territorio. Qui l’ispirazione deriva da modelli internazionali d’avanguardia come il termovalorizzatore di CopenHill, a Copenaghen, con l’obiettivo di trasformare un sito industriale in un vero e proprio parco urbano pubblico. Turrini ricorda quanto sia stato dirompente l’esempio danese, con la ormai celeberrima pista da sci sul tetto dell’impianto. “Un cambio di paradigma – dice Turrini – portare le persone sul tetto e all’interno dell’edificio, non necessariamente per conoscere il processo industriale, ma per vivere quello spazio”. A Catania questo si tradurrà in tetti pensili, specchi d’acqua e aree verdi che sovrasteranno la parte tecnologica, garantendo una vivibilità sociale all’interno di quello che un tempo sarebbe stato un luogo inaccessibile e respingente.

Il vero punto di forza dei due progetti siciliani, secondo la Regione, dovrà risiedere tuttavia nei parametri di protezione ambientale, che nelle intenzioni dei proponenti dovranno superare per rigore i benchmark mondiali del settore, inclusi i celebri impianti di Bolzano e della Danimarca. Secondo i calcoli presentati dalla Regione sulla base dei valori progettuali, le emissioni di diossine sarebbero inferiori del 96% rispetto all’impianto di Copenaghen e del 97% rispetto a quello di Bolzano. Per rendere graficamente l’idea dell’efficienza di filtraggio, è stato calcolato che l’impianto di Bolzano rilascia in soli nove giorni la stessa quantità di diossine che i poli di Palermo e Catania emetteranno in un intero anno.

Altro fronte ambizioso dei due progetti è rappresentato dalla gestione delle acque di processo, pensata per ridurre al minimo il ricorso alle risorse del territorio, in un’isola che sempre più spesso è chiamata a fare i conti con crisi idrica e allarme siccità. Stando ai dettagli progettuali, per alimentare gli impianti non verrà effettuato alcun prelievo da falde sotterranee o acquedotti pubblici, poiché l’intero fabbisogno sarà coperto da fonti di recupero e ricircolo interno: acque meteoriche, condense di processo e, per l’impianto di Catania, gli effluenti del depuratore civile di Pantano d’Arci, mentre per Palermo si utilizzerà il percolato trattato all’interno della vicina discarica. Tutti i flussi di recupero saranno sottoposti a un processo di osmosi inversa, una filtrazione a membrana che produce acqua adatta agli usi industriali, chiudendo il ciclo della risorsa idrica nel segno dell’economia circolare.

Sempre in tema di acqua, anche la gestione delle grandi riserve idriche necessarie per la sicurezza antincendio sarà subordinata alla volontà di garantire il pieno equilibrio tra funzionalità tecnica, decoro estetico e tutela del paesaggio. “Abbiamo mimetizzato una vasca profonda tre metri facendo apparire dei ciottoli in superficie con un semplice graticcio”, racconta Turrini. Un espediente che creerà l’illusione di un invaso naturale, sfruttando elementi tecnicamente necessari per ingentilire il disegno complessivo dell’area senza gravare sui costi di costruzione. Tutto pur di “garantire o restituire un’immagine d’avanguardia da un punto di vista estetico“.

L’entrata in funzione dei due impianti, prevista entro il 2028, segnerà la fine di un’era caratterizzata da costi insostenibili per la spedizione dei rifiuti fuori dalla Sicilia. Attualmente, la regione trasferisce una parte consistente dei propri rifiuti non riciclabili al Nord o all’estero, con costi che arrivano a 380 euro per tonnellata, circa tre volte la media nazionale. La realizzazione dei due poli tecnologici, dal costo complessivo di 881 milioni di euro finanziati con risorse Fsc, consentirà di risparmiare circa 100 milioni di euro ogni anno. Questi risparmi non rimarranno nelle casse della Regione, ma saranno destinati a beneficio di famiglie e imprese attraverso la riduzione della tassazione sui rifiuti.

I termovalorizzatori sono solo il tassello finale di una strategia più ampia che prevede l’attivazione di 9 impianti di selezione e recupero, 7 piattaforme per la differenziata e 2 biodigestori. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: portare la Sicilia al 65% di recupero di materia e ridurre il conferimento in discarica al solo 10% entro il 2030, in anticipo sui target europei al 2035. Secondo le proiezioni, i conferimenti in discarica passeranno dalle 748 mila tonnellate del 2027 a sole 140 mila tonnellate nel 2030.

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