CONAI RICICLO

Plastica, Ambrosetti: “Dal riciclo oltre mille nuovi posti di lavoro entro il 2030”

Secondo uno studio di The European House – Ambrosetti investendo nelle attività di riciclo meccanico e chimico della plastica potremmo generare entro il 2030 benefici economici fino a 2,5 miliardi di euro e più di mille nuovi posti di lavoro. Ma serve anche spingere il mercato dei materiali riciclati e rivedere i sistemi di responsabilità estesa dei produttori

Servono investimenti compresi tra i 477 e i 794 milioni di euro per spingere la transizione circolare dell’industria italiana della plastica, una leva capace di generare benefici economici per un valore compreso tra gli 1,5 e i 2,5 miliardi di euro. Ma occorre anche un quadro d’interventi che favorisca i processi evolutivi già in atto, a partire da misure traino della domanda di materiale riciclato e dalla revisione dei meccanismi della responsabilità estesa del produttore. È lo scenario disegnato da un dossier messo a punto da The European House – Ambrosetti e presentato in occasione del meeting di Cernobbio. Oggi, si legge nello studio, quasi un quinto dei polimeri utilizzati dall’industria italiana della plastica – seconda per fatturato in UE dopo la Germania – viene dal riciclo: oltre un milione di tonnellate, pari nel 2021 al 19% circa del totale impiegato, secondo stime di Plastic Consult, assorbito più della metà dai settori degli imballaggi e dell’edilizia. L’ambizioso quadro delle politiche europee sull’economia circolare, chiarisce però il dossier, sta sensibilmente alzando l’asticella e richiederà sforzi notevoli per raggiungere i nuovi target vincolanti: quelli con orizzonte al 2025, come il 50% di riciclo degli imballaggi e il 25% di contenuto minimo riciclato per le bottiglie in PET, ma anche al 2035, come il tetto massimo del 10% ai conferimenti di rifiuti urbani in discarica.

Obiettivi rispetto ai quali il posizionamento dell’Italia appare in chiaroscuro. Secondo Ispra, riporta Ambrosetti, nel 2020 sono state generate complessivamente 4 milioni 948mila tonnellate di rifiuti plastici, considerando sia gli urbani che gli industriali, ma anche la quota di scarti potenzialmente riciclabili finita invece nel residuo indifferenziato (pari a 1,8 milioni di tonnellate). Del totale, il 42,3% è finito negli impianti di riciclo, il 34,7% in termovalorizzatore e il 23% a discarica. Con riferimento al packaging, ricorda lo studio, “al 2020 la plastica risulta l’unico materiale per il quale l’Italia non ha ancora raggiunto gli obiettivi fissati a livello UE al 2025, riportando un tasso del 48,7% contro l’obiettivo UE del 50%. Sebbene tale valore risulti in linea con il raggiungimento del target, occorre sottolineare che con le revisioni delle metodologie di calcolo richieste dalla Commissione europea30, tale valore è stimato scendere al 41,1% quasi 10 punti percentuali in meno del target a circa 3 anni dalla deadline fissata per il suo raggiungimento”. Ma ritardi si registrano anche nel riciclo delle plastiche dell’automotive e dei rifiuti elettrici ed elettronici.

Ma quali sono le soluzioni tecnologiche sulle quali puntare per incrementare la circolarità lungo l’intera filiera della plastica? Stando all’analisi condotta da Ambrosetti su 300 brevetti, 1500 paper accademici e 150 startup innovative, delle tre fasi di vita della plastica, ovvero input, trasformazione e gestione del fine vita, quest’ultima risulta quella maggiormente capace di catalizzare ricerche e investimenti. L’analisi delle tecnologie in grado di aumentare l’efficacia dei processi di selezione e riciclo, si legge nell’indagine, ha fatto emergere come migliorando la selezione dei rifiuti grazie all’impiego di tecnologie digitali avanzate, come l’intelligenza artificiale, sarà possibile aumentare del 20% la quantità di materiali di qualità in ingresso negli impianti di riciclo. Parallelamente, la combinazione tra riciclo meccanico e riciclo chimico potrà portare all’aumento del 32% delle performance di riciclo e alla riduzione del 50% dei volumi di plastica smaltita in discarica. In più, il solo riciclo chimico potrà garantire entro il 2030 un taglio del 25% dei feedstock fossili in ingresso nella filiera, contribuendo significativamente alla riduzione della dipendenza da petrolio e derivati già garantita dal riciclo meccanico.

Interventi che, da qui ai prossimi otto anni, potrebbero contribuire a riscrivere il paradigma della gestione dei rifiuti in plastica nel nostro Paese. Partendo dalle stime di Ispra sulla produzione di rifiuti al 2020, le proiezioni al 2030 di Ambrosetti ipotizzano due scenari: in entrambi si stima un incremento del riciclo meccanico del 17% (pari a 357mila tonnellate in più), mentre il tasso di penetrazione del riciclo chimico è ipotizzato variare tra il 6,3% e l’11,3% (per un totale compreso tra le 307mila e le 551mila tonnellate). Mantenendo costante la quota di recupero energetico, pari a circa il 35% dei rifiuti totali, nel primo scenario è calcolata una quota di rifiuti avviati a riciclo pari a 2,7 milioni di tonnellate, con un residuo da smaltire in discarica pari all’8,2% del totale, mentre nello scenario ‘ambizioso’, con un maggiore ricorso al riciclo chimico, i rifiuti avviati a riciclo superano complessivamente i 3 milioni di tonnellate, con il residuo a discarica ridotto al 3,2% del totale. In entrambi gli scenari, nota Ambrosetti, l’Italia raggiungerebbe con cinque anni di anticipo l’obiettivo del 10% massimo di smaltimento in discarica, sebbene con riferimento esclusivo ai rifiuti in plastica.

Per passare dalle proiezioni alla realtà serve in primo luogo mobilitare investimenti, spiega Ambrosetti, in una forbice compresa tra i 477 e i 794 milioni di euro a seconda della maggiore o minore pervasività del riciclo chimico, con ricadute economiche stimabili tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro e benefici occupazionali compresi tra 1015 e 1387 nuovi posti di lavoro. Investimenti che, nello scenario meno ambizioso, cubano più di tre volte i 150 milioni che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha dedicato all’incremento della circolarità nel settore della plastica nell’ambito della linea d’intervento da 600 milioni dedicata alle cosiddette ‘filiere flagship’ dell’economia circolare. Il gap insomma va colmato mettendo a frutto i capitali privati, e per farlo occorre costruire la cornice di policy capace di stimolare gli investimenti e garantirne il ritorno. Dall’aumento della raccolta differenziata, per fornire agli impianti di riciclo flussi in input stabili e e crescenti, alla velocizzazione dei provvedimenti autorizzativi, con percorsi accelerati per i progetti strategici, più competenze nella pubblica amministrazione e un rafforzamento dei controlli anche per disinnescare conflitti sociali e sindromi ‘nimby’. Ma serve anche rivedere i meccanismi della responsabilità estesa del produttore, estendendoli alle frazioni plastiche non da imballaggio (come dimostra la presenza di enormi quantità nel residuo indifferenziato stimata da Ispra), e facilitare un mercato di sbocco per i materiali da riciclo, con contenuti minimi di materia prima seconda e incentivi per l’utilizzo nelle nuove produzioni e un rafforzamento degli acquisti verdi nella pubblica amministrazione. Tutti fronti sui quali si attendono gli esiti delle riforme varate in primavera dal Ministero della Transizione Ecologica in ossequio al PNRR, il Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti e la Strategia Nazionale sull’Economia Circolare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *