Plastica riciclata, l’assenza di criteri end of waste costa 120 milioni l’anno alle imprese Ue

di Elvira Iadanza 29/12/2025

plastica riciclata

Le stime degli addetti citate dalla Commissione nella comunicazione a Parlamento e Consiglio Ue che ha accompagnato le proposte anti-crisi per il riciclo dei polimeri


La Commissione europea accelera sulla plastica riciclata. La scorsa settimana, infatti, Bruxelles ha presentato un pacchetto di “misure concrete per aiutare il settore del riciclo della plastica, oggi in difficoltà, e per costruire un autentico mercato unico dei materiali circolari”, come ha spiegato la commissaria Ue all’Ambiente Jessika Roswall.

Tra gli interventi proposti, l’esecutivo comunitario ha presentato un atto di esecuzione volto a stabilire criteri comuni per la cessazione della qualifica di rifiuto della plastica riciclata (end of waste). L’atto resterà in consultazione pubblica fino al 26 gennaio 2026 e, una volta adottato, garantirà un’armonizzazione delle regole in tutti i 27 Stati membri. L’obiettivo è facilitare la circolazione della plastica riciclata nel mercato interno, riducendo i costi amministrativi per gli operatori e migliorando qualità e stabilità dell’approvvigionamento di materia prima seconda.

Secondo le stime del settore, riportate dalla Commissione nelle comunicazioni al Parlamento europeo e al Consiglio, l’assenza di criteri comuni sull’end of waste comporta costi aggiuntivi pari a circa 120 milioni di euro l’anno per il comparto del riciclo della plastica nell’Ue, circa 260 mila euro in media per ciascun riciclatore. Ancora una volta, dunque, la leva decisiva torna a essere la chiarezza normativa.

Bruxelles ha deciso di puntare anche sul riciclo chimico delle plastiche, per il quale l’industria chiede di garantire una maggiore certezza giuridica. Regole chiare che, anche secondo la Commissione, potrebbero sbloccare investimenti significativi: l’industria europea della plastica prevede fino a 8 miliardi di dollari nei prossimi anni, a condizione di un quadro normativo favorevole. In questo contesto si inserisce la proposta di introdurre una metodologia di calcolo basata sul bilancio di massa, con un modello di allocazione a “uso di combustibile escluso”, che resterà in consultazione fino al 19 agosto 2026.

Per realizzare una vera transizione verso l’economia circolare, tuttavia, la normativa da sola non basta. Fondamentali restano gli investimenti necessari a coniugare competitività e sostenibilità. Secondo le stime della Commissione europea e della Banca europea per gli investimenti, il divario annuo di investimenti nell’Ue per l’economia circolare ammonta a 82 miliardi di euro. Attualmente, solo circa il 7% dei finanziamenti proviene dal settore pubblico.

Sebbene il quadro finanziario pluriennale offra strumenti importanti per stimolare gli investimenti, anche attraverso i piani di partenariato nazionali e regionali, la Commissione sottolinea che la maggior parte delle risorse dovrà arrivare da capitali privati. Per questo, sarà necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili per attrarre investimenti, inclusi incentivi e, dove necessario, meccanismi di integrazione con i fondi pubblici.

Nonostante le difficoltà che attraversano alcuni segmenti del settore, la circolarità rimane uno dei pilastri dell’economia europea. Secondo Eurostat, la circular economy genera già circa 316 miliardi di euro di valore aggiunto lordo all’anno, mobilita investimenti per circa 131 miliardi di euro e impiega 4,3 milioni di persone, con un forte potenziale di crescita da qui al 2030. La svolta per l’intera economia circolare, poi, dovrebbe arrivare il prossimo anno, nel 2026, con l’adozione da parte dell’Unione europea del Circular Economy Act, di cui le iniziative sulla plastica rappresentano soltanto un’anticipazione. Il provvedimento, lasciato aperto a proposte e osservazioni fino allo scorso 6 novembre, punta a portare il tasso di utilizzo delle materie prime seconde dall’11,8% al 25% entro il 2030.

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