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Sviluppo sostenibile, tra ambiente, salute e società: l’approccio “One Health”

La tutela ambientale al centro di un focus promosso da ISPRA e CIPLA per indagare i problemi e le nuove sfide che coinvolgono il Paese nel processo di transizione ecologica

Sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della tutela della salute e della natura per avere maggiore consapevolezza delle proprie azioni è fondamentale, ma per indagare e rendere sempre più centrali i problemi ambientali potrebbe essere utile un’impostazione multidisciplinare. È in questa direzione che si inserisce “One Health”, il seminario organizzato da ISPRA e CIPLA, il Centro Interuniversitario per l’Ambiente, che vede confrontarsi tra loro giuristi, ingegneri, biologi e chimici nell’ottica comune di proporre le misure più opportune per la tutela dell’ambiente e della salute umana, primo fra tutti il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che lascia ancora non poche perplessità. “Nell’ultima versione del PNRR che abbiamo inviato all’Unione Europea, l’aspetto legato ad ambiente e salute è forse scivolato in una posizione di sfondo rispetto a un livello che già non era predominante, ma che nelle primissime versioni era quantomeno ricordato e menzionato”, spiega Alfredo Pini, direttore del dipartimento per la valutazione, i controlli e la sostenibilità ambientale, ISPRA.

Un incontro promosso in occasione del 5 giugno, data in cui si è celebrata la giornata mondiale dell’ambiente, proclamata dalle nazioni unite fin dal 1972 per promuovere una sempre più diffusa divulgazione della questione ambientale, coinvolgendo soprattutto i giovani in attività di educazione alla sostenibilità. “L’ambiente non è più un tema di nicchia – aggiunge Antonio Punzi, Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, LUISS Guido Carli – ma è strategico e alla base di qualunque politica pubblica. In università ci troviamo di fronte al compito di formare i giovani e ci rendiamo conto che proprio il tema dell’ambiente ci insegna che l’approccio classico top-down non funziona più. Inevitabilmente, l’interazione tra il top-down e il bottom-up circa il tema dell’ambiente nasce dal fatto che le generazioni future hanno una sensibilità per l’ecosistema che è formativa anche per noi”.

E non è un caso se all’ambiente sia stato dedicato un capitolo a parte dal diritto penale: ambiente oggi è valore costituzionale e con l’introduzione nel 2015 dei cosiddetti “ecodelitti” l’Italia ha dato e continua a dare un importante contributo alla tutela dell’ambiente, ma non è così in tutti gli altri Paesi. Ed è proprio a causa di questa diversificazione sanzionatoria che diventa impossibile stabilire una concreta cooperazione con gli altri Stati, in assenza della quale si generano gravi distorsioni soprattutto di fronte a crimini transnazionali. “Pensiamo a un fenomeno molto grave e sempre di crescente attualità: il contrasto al traffico illecito dei rifiuti pericolosi. In Italia abbiamo una normativa di settore molto dettagliata con il delitto di attività organizzate per il traffico illecito dei rifiuti e nell’ipotesi base la sanzione raggiunge il livello dei 6 anni di reclusione. Altrove non è così, per esempio nell’ordinamento spagnolo è punita soltanto fino a 2 anni di reclusione“, spiega il prof. Maurizio Bellacosa, LUISS Guido Carli – CIPLA.

Che l’ambiente sia determinante per la salute umana è un dato di fatto. Ma quando è messo in pericolo da fattori inquinanti, i suoi effetti sulla salute saranno più o meno severi in base all’entità dell’esposizione. E in Italia sono oltre 12mila le aree inquinate, di cui 42 i siti di interesse nazionale per la bonifica ambientale, i cosiddetti SIN. Nel 2007, dallo studio “Sentieri”, progetto finanziato dal Ministero della Salute per monitorare la qualità di vita delle popolazioni residenti nei SIN, è stato registrato un rapporto di causalità tra esposizione ambientale, eccessi di tumori e mortalità.

“Non tutti gli eccessi osservati nello studio sono attribuibili alla contaminazione ambientale poiché le patologie prese in considerazione hanno un’eziologia multifattoriale, nella quale giocano un ruolo i fattori socio-economici, stili di vita, disponibilità e qualità dei servizi sanitari. Tuttavia, le conoscenze disponibili sul profilo tossicologico dei contaminanti presenti nei siti supportano l’ipotesi che l’esposizione ambientale abbia giocato un ruolo causale nel determinare alcuni di questi eccessi”, osserva la prof.ssa Patrizia Rosignoli del Centro Interuniversitario per l’Ambiente (UNIPG).

Un patrimonio, quello ambientale, da difendere e preservare nella sua bellezza, ma anche nella sua profonda fragilità. “Nei mesi della pandemia si è tanto parlato di resilienza. Il suo contrario è la fragilità – aggiunge il conduttore tv Massimiliano Ossini. Il rischio di magnificare questo termine è quello di dimenticarci della bellezza, dell’importanza della fragilità. Il pianeta ce lo ha dimostrato e ce lo ha chiesto anche con gentilezza: è il momento di cambiare totalmente rotta“.

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