Le materie prime seconde sono una leva essenziale per ridurre l’impronta ambientale dei sistemi produttivi, ma restano penalizzate da costi, burocrazia e incertezze sulle forniture. Secondo ReMade servono policy più incisive: incentivi, criteri premianti nei bandi, meccanismi di compensazione. “La vera sfida che abbiamo di fronte è quella dell’utilizzo del materiale riciclato”, ha spiegato Simona Fontana, presidente di ReMade
Le materie prime seconde sono indispensabili per ridurre l’impronta ambientale dei sistemi produttivi e attenuare l’esposizione delle imprese alla volatilità di prezzi e disponibilità delle commodity tradizionali. Una leva di sostenibilità e competitività che, tuttavia, resta penalizzata da un mercato che continua a considerare i materiali riciclati come un’opzione più costosa, più complessa da adottare e, in molti casi, più incerta rispetto alle risorse vergini.
È il nodo che emerge dall’indagine, condotta su 137 imprese, dall’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa per ReMade, schema nazionale di certificazione dei prodotti con contenuto riciclato. Tra le principali barriere all’utilizzo di materiali riciclati, i costi di acquisto superiori rispetto alle materie prime vergini raccolgono il 38% delle risposte nelle fasce alte di rilevanza, la complessità normativa e burocratica arriva al 42%, mentre le incertezze sulla qualità delle forniture al 37%.
Il cumulo di incertezze qualitative, oneri amministrativi e differenziali di costo, rileva l’indagine, “può scoraggiare anche le imprese più orientate alla circolarità“, nonostante l’interesse crescente testimoniato dall’evoluzione normativa nazionale ed europea. Non ultimo l’obiettivo indicato dalla Commissione europea nel Clean Industrial Deal: portare al 24% entro il 2030 il tasso di utilizzo circolare dei materiali, oggi intorno al 12%. Un’ambizione chiamata però a fare i conti con un mercato ancora lontano dall’integrare strutturalmente i riciclati nelle catene di approvvigionamento, come mostrano anche le tensioni emerse nel comparto delle plastiche, dove la debolezza della domanda di polimeri secondari sta mettendo sotto pressione gli operatori del riciclo e i sistemi di raccolta differenziata.
“La vera sfida che abbiamo di fronte è quella dell’utilizzo del materiale riciclato”, ha confermato Simona Fontana, presidente di ReMade, in occasione della presentazione del rapporto. Nello scenario attuale, ha aggiunto, “il ruolo delle certificazioni del contenuto riciclato diventa cruciale”, contribuendo a superare le asimmetrie informative sulla qualità dei materiali e a snellire i processi di verifica, soprattutto negli acquisti pubblici.
Resta tuttavia il nodo economico. Senza scioglierlo, avverte il rapporto, è difficile che le intenzioni dichiarate si traducano in incrementi effettivi delle quote di input riciclato. Per questo, chiarisce lo studio, servono “interventi di policy più ampi”: incentivi all’acquisto di materiali secondari certificati, criteri premianti nei capitolati di gara pubblici e meccanismi capaci di compensare almeno in parte lo svantaggio competitivo rispetto alle materie prime vergini.
Secondo l’indagine, la domanda di materia secondaria va costruita partendo soprattutto dal settore pubblico, potenziando una leva decisiva per il mercato dei prodotti contenenti materia riciclata come gli acquisti verdi. Pur essendo obbligatori ai sensi del Codice degli appalti, i Criteri ambientali minimi da applicare a gare e bandi pubblici continuano tuttavia a scontare una significativa “disomogeneità territoriale nell’applicazione”. La certificazione ReMade, riconosciuta come mezzo di prova del contenuto riciclato nell’ambito degli appalti verdi, è citata nel 19% dei bandi analizzati. Ma mentre nelle Città metropolitane si arriva a circa il 50% dei bandi, nei piccoli Comuni l’adozione scende al 7%. “Dobbiamo metterci in testa che nei bandi che facciamo preparare ai nostri tecnici bisogna inserire l’obbligo di utilizzare materia prima seconda”, ha confermato il vicepresidente di Anci, Stefano Locatelli.
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