In occasione di un convegno promosso dal consorzio il punto sullo stato di salute del settore con il report di Plastic Consult: “Negli ultimi anni l’Europa ha perso oltre 15 milioni di tonnellate di capacità produttiva nella chimica”
Il sistema industriale delle plastiche sta attraversando una fase di forti pressioni, sia in Italia che in Europa. I principali motivi sono legati a rallentamenti economici, tensioni del mercato dovute alle sempre maggiori importazioni di polimeri provenienti da Paesi extra Ue, a una fase geopolitica complessa che sta avendo ripercussioni anche sul settore e a un quadro normativo che rischia di rendere più intricate le operazioni degli addetti al settore. A fotografare la congiuntura sono i dati presentati da Paolo Arcelli, direttore generale di Plastic Consult, in occasione di un convegno promosso dal consorzio Ecopolietilene.
Negli ultimi anni, rivela lo studio realizzato da Plastic Consult, l’Europa ha perso oltre 15 milioni di tonnellate di capacità produttiva nella chimica, negli intermedi e nei polimeri. Un dato che fotografa un indebolimento strutturale della base industriale, mentre aumenta parallelamente la dipendenza dalle importazioni extraeuropee. Nonostante l’arretramento dell’industria a monte, in Italia la filiera delle plastiche continua a rappresentare un settore strategico dell’economia manifatturiera. La prima trasformazione conta 4.800 aziende e 17,6 miliardi di euro di fatturato. Allargando lo sguardo all’intero comparto degli articoli in plastica, si arriva a 9.800 aziende, 30,4 miliardi di fatturato e 14,7 miliardi di export.
Una struttura industriale ampia e articolata, oggi però esposta a pressioni crescenti, con ripercussioni anche sul comparto del riciclo. Il settore vale a livello europeo 13,5 milioni di tonnellate di capacità installata, con oltre 8,6 miliardi di euro di fatturato, circa 850 impianti e 30.000 addetti, ma si trova in una fase di forte fragilità economica legata a costi in aumento (soprattutto per i fattori energetici) e margini compressi dalla concorrenza dei polimeri vergini e riciclati d’importazione.
I dati più recenti sul mercato delle termoplastiche confermano la fase di incertezza nella quale versa l’industria della materia prima seconda: mentre i volumi dei polimeri vergini restano sostanzialmente invariati, per l’utilizzo di materiali riciclati è previsto un calo del 7,5% rispetto al 2024. Un’inversione importante rispetto al trend di crescita degli anni precedenti, segnale evidente delle difficoltà competitive del polimero riciclato in assenza di condizioni di mercato equilibrate.
In un quadro già piuttosto complicato, l’Italia si prepara a mettere in campo un nuovo intervento sul pianto regolatorio con effetti sull’intera filiera, dalla produzione al riciclo: lo scorso 19 marzo, infatti, è stata messa in consultazione dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica la bozza di regolamento che introduce un nuovo regime di responsabilità estesa del produttore per i prodotti plastici non da imballaggio, con obblighi di registrazione, tracciabilità e monitoraggio dei flussi.
“Questa può essere una grande occasione – sottolinea il presidente di Ecopolietilene, Fabio Pedrazzi – Non è la panacea, ma può dare linfa vitale a un settore strategico. L’Italia, lo sappiamo, è povera di materie prime vergini, ma le nostre ‘miniere’ sono innanzitutto urbane: le materie prime seconde sono la chiave per ridurre la dipendenza dall’estero e generare sviluppo sostenibile”. Tuttavia restano alcune perplessità rispetto allo schema di regolamento presentato dal Mase, che riguardano il perimetro del nuovo schema, ma anche la sua applicabilità nel concreto.
Secondo Pedrazzi, infatti, il rischio è complicare la vita a cittadini e aziende, mettendo ancora più in difficoltà quel sistema di riciclo che invece si dovrebbe favorire. “I cittadini saranno in grado di separare un bene in polietilene da uno in un polimero diverso? Ricordiamoci che una raccolta di qualità non solamente porta a un riciclo di qualità, ma anche a minori costi. E poi guardiamo alle aziende: rischiano di essere gravate da ulteriori complessità di gestione, in termini di iscrizione al sistema collettivo, rendicontazione e pagamento del contributo ambientale”, spiega il presidente del Consorzio, che conclude: “Come consorzio siamo pronti a essere propositivi e operativi, come abbiamo sempre fatto. Ma è nostro dovere chiedere perimetri d’azione chiari e meccanismi di collaborazione efficaci. Solo così le regole smettono di essere ostacoli e diventano opportunità. Il mio auspicio è che, anche alla luce della complessa situazione internazionale, si scelga finalmente la via della concretezza”.





