L’intervista a Fabrizio Tesi, presidente dell’Associazione tessile riciclato italiana: “Se il prodotto non è progettato correttamente, ci sono limiti nel riciclo”
“Ben venga la responsabilità del produttore, che obbliga, o perlomeno cerca di favorire, l’ecodesign. Che non è una parola così astratta: noi riciclatori la conosciamo bene, perché se ci troviamo un oggetto o un prodotto che è facilmente scomponibile, riciclabile, è chiaro che abbiamo un vantaggio, se il prodotto è pensato male dall’inizio ci sono dei limiti nel riciclo”, a parlare è Fabrizio Tesi, presidente di Astri, Associazione tessile riciclato italiana, nel corso di un’intervista rilasciata a Ricicla.tv.
Tesi è uno degli imprenditori del distretto tessile pratese, che oggi conta oltre 7mila imprese e 42mila addetti, ma che da oltre 170 anni è anche il principale motore del riciclo di tessuti a livello nazionale. Un settore che Tesi conosce dall’interno, anche in qualità di presidente dell’azienda Comistra, impegnata da quattro generazioni nel commercio e nella trasformazione di lana rigenerata dagli scarti tessili.
Nel corso della sua storia imprenditoriale Tesi, con Comistra, ha riciclato qualsiasi tipo di prodotto tessile, scomponendolo fibra per fibra nelle macchine per la sfilacciatura a secco o ad acqua. “Abbiamo riciclato tutti i materiali, dal poliestere, alle calze di nylon, passando per le palline da tennis ai cappelli. Negli ultimi anni però – ha precisato – abbiamo privilegiato prodotti di alto valore, come la lana, il kashmir e tutte le fibre nobili”. Il perché è facile da intuire: “Purtroppo il gap tra fibra vergine e fibra riciclata non c’è più – ha continuato Tesi – addirittura, in certi momenti, le fibre vergini costano meno di un prodotto riciclato”.
Il problema, che poi è la principale causa della crisi del settore della valorizzazione del tessile post consumo in tutta Europa, è l’arrivo sul mercato di quantità sempre maggiori di prodotti scadenti, provenienti dal cosiddetto fast fashion e ultra fast fashion. Il valore intrinseco dei capi che finiscono nelle raccolte differenziate è calato drasticamente, mandando in tilt il mercato del riuso e rendendo più difficili anche le lavorazioni dei riciclatori. “Il problema è la qualità. Nei primi impianti, quelli dedicati alla raccolta e alla selezione di tutto il post consumo, le caratteristiche del materiale è notevolmente peggiorata”, ha spiegato Tesi, che ha aggiunto: “Quando il prodotto arriva a noi, ci troviamo di fronte a un materiale scadente, con cui è difficile lavorare”.
“Si può riciclare tutto meccanicamente – ha continuato il presidente di Comistra – ma ci deve essere una convenienza economica”. Il problema, insomma, non è tanto tecnologico quanto di mercato. Serve rendere più competitive le fibre riciclate. Come? “Credo che non si debba far pagare al consumatore finale l’Iva sulle materie prime seconde perché a monte è già stata pagata”, afferma Tesi che aggiunge: “il ragionamento è lo stesso delle autovetture, su un veicolo usato l’acquirente non paga l’imposta sul valore aggiunto. Questo darebbe sicuramente un’accelerazione al riciclo”.
Altro tassello che può aiutare a ricomporre un quadro di sostenibilità economica per il settore del riciclo tessile, spiega Tesi, è l’istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore, in via di definizione in Italia e in Europa. E non solo perché chi immette un capo sul mercato sarà chiamato a contribuire economicamente alla corretta gestione del suo fine vita. “Per l’epr serve una norma scritta bene, senza punti oscuri e che destini il contributo ambientale in modo equilibrato. Ciò che però la responsabilità estesa del produttore deve favorire – chiarisce – è soprattutto l’ecodesign”. Modulando i contributi che i produttori dovranno versare per i capi immessi a mercato sulla base della loro maggiore o minore riutilizzabilità, riparabilità e riciclabilità, l’epr diventerebbe infatti un argine ai capi di bassa qualità, agevolando, e quindi rendendo meno costosi, anche i processi di riciclo.
“Quando si parla di riciclato, si pensa a un prodotto scadente. Ma non è così. Le materie prime seconde e ciò che poi se ne ricava hanno una qualità nettamente superiore a ciò che ‘alcune macchine da guerra’ oggi immettono sul mercato, abiti o accessori con vestibilità scadenti e realizzati con componenti ancor di più basso valore”, conclude Tesi.


