Fontana (Conai): “Trasformare i benefici del riciclo in segnali di prezzo”

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Luigi Palumbo
18/03/2026

“In un contesto geopolitico complicato come quello che stiamo vivendo diventa fondamentale valorizzare la capacità del riciclo di rigenerare materiali sui territori”, dice il direttore generale di Conai Simona Fontana. Nel 2026 riciclo degli imballaggi al 75%, “ma servono politiche industriali per trasformare i benefici ambientali del riciclo in un segnale di prezzo”


Serve trasformare i benefici ambientali del riciclo in un segnale economico capace di sostenere la competitività delle materie prime seconde. Privilegiando quelle ‘made in Ue’. “Altrimenti l’intera filiera si indebolisce”, spiega a Ricicla.tv Simona Fontana, direttore generale di Conai. Un rischio che è già nei numeri. Nel 2026 il sistema nazionale di raccolta e riciclo degli imballaggi si attesterà su un tasso di recupero di materia del 75%, stabilmente al di sopra dell’obiettivo europeo del 70% al 2030. “Per la prima volta tuttavia non registriamo una strepitosa crescita ma un cauto mantenimento, frutto della congiuntura nella quale ci troviamo a operare. La raccolta differenziata cresce ma sta venendo meno la capacità della manifattura di assorbire i materiali riciclati”, dice Fontana.

Caso emblematico quello della plastica. Almeno fino alla crisi del mercato petrolifero innescata dal conflitto tra Usa, Israele e Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz a mandare in fibrillazione forniture e prezzi, “tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 il materiale riciclato è risultato meno competitivo di quello vergine, con il conseguente aumento delle importazioni di polimeri extra Ue, soprattutto dal far east”. Una crisi che non è solo italiana ma europea. L’intera industria del vecchio continente sta perdendo capacità produttiva sotto il peso delle importazioni di polimeri a buon mercato da paesi terzi. Non solo plastica vergine ma anche plastica riciclata, spesso importata in assenza di certificazioni. “I controlli doganali sono un aspetto fondamentale – dice Fontana – ma ancora più importante è ragionare su politiche industriali che riconoscano la centralità e la strategicità del riciclo“.

Al netto dei costi dell’energia, che restano una delle spine nel fianco dei riciclatori europei, il nodo da sciogliere è quello del rapporto tra i benefici ambientali del riciclo e il valore economico della materia riciclata. Che al momento, di fatto, non esiste, lasciando esposte le filiere del recupero di materia alla volatilità dei mercati e alla concorrenza delle materie vergini. “Oggi il riciclo genera benefici ambientali evidenti – dalla riduzione delle emissioni al risparmio di risorse naturali – ma questi vantaggi non sono adeguatamente riconosciuti nei prezzi delle materie prime seconde”, dice Fontana, secondo cui “è questa la vera sfida che l’Europa ha di fronte” e che passerà da “provvedimenti in divenire, come l’Industrial Accelerator Act o il Circular Economy Act”. Provvedimenti con i quali l’Ue ha già dichiarato di voler mettere al centro il tema della competitività dell’economia circolare e dei materiali riciclati, puntando anche sul rilancio della domanda pubblica e privata. Una prospettiva che però, avverte Fontana, non può prescindere dall’introduzione di vincoli sulla “natura e provenienza dei riciclati utilizzati”.

Il tema vero “è quello del materiale riciclato ‘di prossimità’”, chiarisce il direttore di Conai. “Se vogliamo ottenere il disaccoppiamento tra produzione industriale e generazione di CO2 il riciclo è la risposta, ma serve accendere i riflettori sulla provenienza delle materie secondarie”. Un’urgenza dettata anche dalla necessità di evitare che i nuovi obiettivi di contenuto minimo riciclato fissati a livello europeo (già operativi quelli per gli imballaggi in plastica, di prossima adozione quelli sulle auto) possano essere raggiunti acquistando esclusivamente riciclati d’importazione a buon mercato. Anche perché “se ragioniamo da un punto di vista ambientale ed emissivo, i trasporti non sono neutri, ma questo non viene considerato”. Il rischio, quasi paradossale, è che misure come il contenuto minimo riciclato, pensate per abbassare l’impronta ambientale dei prodotti, poi di fatto finiscano per non spostare nulla in termini di sostenibilità delle catene industriali, condannando anzi le filiere industriali del riciclo italiane ed europee a restare fuori dal mercato.

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