Omnibus I, l’accordo provvisorio raggiunto in Ue non convince gli ambientalisti: “Obiettivi climatici sempre più lontani”

di Elvira Iadanza 09/12/2025

La riduzione degli obblighi di sostenibilità incassa il plauso dell’industria europea ma lascia l’amaro in bocca ai sostenitori del primo green deal


Le reazioni (istituzionali e non) dopo l’intesa provvisoria raggiunta da Parlamento, Commissione e Consiglio Ue sul pacchetto di semplificazioni Omnibus I non si sono fatte attendere: se da un lato c’è chi considera il testo una vera leva per lo sviluppo industriale europeo, dall’altro non manca chi bolla il compromesso raggiunto come un netto passo indietro sul percorso di sostenibilità ambientale e sociale dell’Ue e un’iniziativa che sacrifica il green deal sull’altare della competitività industriale.

“Per anni, le imprese europee hanno dovuto far fronte a ondate di burocrazia. Ciò ha rallentato gli investimenti verdi e indebolito la nostra competitività. Ora stiamo compiendo un passo importante e significativo nella giusta direzione”, ha commentato Morten Bødskov, ministro dell’industria, degli affari e degli affari finanziari della Danimarca (che ha la presidenza di turno in Ue) presentando l’accordo. “Con regole chiare e semplici – ha aggiunto – le aziende possono concentrarsi sul loro core business, ottenendo così un miglior rapporto qualità-prezzo nella transizione verde, creando posti di lavoro in Europa e rafforzando la capacità delle aziende di crescere e investire. La presidenza danese ha spinto per questo risultato e stiamo mantenendo il passo”. Dello stesso parere è la collega ministra per gli Affari Ue della Danimarca, Marie Bjerre, che ha dichiarato: “Abbiamo mantenuto la promessa di eliminare oneri e regole e di rafforzare la competitività dell’UE. Si tratta di un passo importante verso il nostro obiettivo comune: creare un contesto imprenditoriale più favorevole per aiutare le nostre aziende a crescere e innovare”.

La stessa soddisfazione arriva, in parte, da BusinessEurope, una delle principali organizzazioni imprenditoriali d’Europa, che, come riportano le agenzie di stampa, ha commentato l’accordo definendolo “un primo, ma significativo, passo verso il mantenimento della promessa dell’Ue in materia di semplificazione”. Pur nella soddisfazione generale per l’accordo, l’associazione precisa che “è tuttavia deludente che siano state reintrodotte sanzioni basate sul fatturato, inadatte alle violazioni relative alla due diligence. Nonostante i miglioramenti ottenuti, per le aziende conformarsi alle nuove norme rappresenterà comunque una sfida sostanziale. La situazione potrebbe peggiorare se si verificasse una frammentazione improduttiva al momento del recepimento negli ordinamenti giuridici nazionali. Le aziende si aspettano rassicurazioni e impegni da tutte le parti interessate per evitare questo scenario”.

La proposta di Bruxelles, però, non ha convinto le associazioni ambientaliste. Tra queste, una delle più critiche è Friends of the Earth Europe, che su Linkedin tuona: “Le aziende possono continuare a inquinare perché non saranno obbligate a creare e attuare piani di transizione climatica per limitare il loro impatto dannoso. Questa decisione solleva seri interrogativi sui mezzi con cui l’Ue raggiungerà i suoi obiettivi climatici”. Secondo l’associazione, infatti, l’accordo è “pura deregolamentazione, a spese delle persone, dei lavoratori e del pianeta”. Il post, si chiude con l’appello agli Stati membri che “devono riparare parte del danno arrecato e recepire una serie di norme che proteggano effettivamente le persone e il pianeta dall’avidità delle aziende”.

L’accordo tra le tre istituzioni europee prevede che la rendicontazione sociale e ambientale debba essere obbligatoria solo per le imprese dell’Ue con una media di oltre 1000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. La due diligence, invece, sarà obbligatoria per le sole imprese con più di 5000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato annuo. Ora, prima dell’adozione formale del testo, l’accordo provvisorio raggiunto dovrà essere votato dal Parlamento europeo e ratificato dal Consiglio Ue. Il voto all’eurocamera è previsto durante la prossima plenaria.

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