PNRR fanghi da depurazione

Siccità, cosa frena il riuso delle acque reflue in agricoltura

Normative vetuste, alti costi e governance inadatta. Ecco cosa frena il riutilizzo dell’acqua depurata in agricoltura. La soluzione potrebbe passare dalla tariffa, ma serve spiegarlo bene ai cittadini

La terribile siccità che nelle ultime settimane sta prosciugando fiumi e laghi, mettendo a rischio la tenuta di interi comparti agroindustriali, è solo l’ultimo di una lunga serie di campanelli d’allarme che da anni tornano periodicamente a ricordarci quanto, spinta dalla crisi climatica, l’emergenza idrica stia diventando nel nostro Paese fenomeno sempre più strutturale. “Una situazione non molto diversa l’abbiamo avuta nel 2017 e una prima ancora nel 2007 – dice il commissario unico per la depurazione Maurizio Giugni – se però si confrontano le recenti dichiarazioni del ministro Patuanelli con quelle dell’allora ministro Pecoraro Scanio ci si rende conto che in quindici anni non si è fatto nulla“. Né tagliando sprechi e perdite, spiega, né tanto meno pianificando interventi strutturali come la realizzazione di nuovi invasi. Ma c’è un altro fronte sul quale avremmo potuto agire e non lo abbiamo fatto, o lo abbiamo fatto solo in parte, quello del riutilizzo delle acque depurate.

Una soluzione nel segno dell’economia circolare, che in periodi siccitosi come quello che stiamo attraversando potrebbe aiutarci a rispondere alla domanda del settore agricolo, che oggi assorbe più della metà delle risorse idriche a nostra disposizione. “L’estrazione eccessiva di acqua per uso irriguo rappresenta una delle principali minacce per l’ambiente idrico – spiega Giuseppe Lo Presti, direttore generale per l’uso sostenibile delle risorse idriche del Ministero della Transizione Ecologica – la pratica del riutilizzo delle acque reflue si configura come una misura opportuna e virtuosa“. Non che l’Italia non lo sappia. Il nostro è infatti uno dei sette Paesi dell’UE – oltre a Spagna, Portogallo, Francia, Grecia, Malta e Cipro – che già pratica il riutilizzo delle cosiddette acque affinate. Il problema è che secondo uno studio di Utilitalia, a fronte di un potenziale di 9 miliardi di metri cubi, che sono quelli che ogni anno vengono fuori dagli oltre 7mila 700 impianti di depurazione dotati di trattamento secondario, oggi affiniamo e riutilizziamo solo 475 milioni di metri cubi, appena il 5%, prodotti in 79 impianti. Di questi solo 16 sono dotati di una specifica rete di distribuzione.

E anche se nel prossimo futuro Utilitalia prevede un raddoppio della capacità, con il passaggio entro cinque anni a 143 installazioni operative, resta da comprendere perché migliaia di impianti stentino ancora oggi ad adeguare i propri cicli di trattamento ai principi dell’economia circolare, quanto meno sul fronte del riuso. Uno degli ostacoli, come spesso accade, sta nella normativa di riferimento per il settore. “Il regolamento ministeriale che disciplina la materia, il dm 185 del 2003, è vecchio ormai di quasi venti anni” dice Lo Presti, e andrebbe aggiornato anche alla luce del nuovo regolamento europeo adottato nel 2020, che inizierà a produrre i suoi effetti a partire dal giugno del 2023. E che introdurrà requisiti minimi per tutti gli Stati membri in termini di riuso delle acque affinate, mentre l’attuale regolamento, secondo Utilitalia, pone “forti limitazioni”, almeno per l’uso agricolo.

C’è poi un problema di costi, che rappresentano “una delle principali criticità da superare – secondo Tania Tellini di Utilitalia – visto che l’acqua convenzionale è a basso costo rispetto all’acqua affinata”. Tanto che quest’ultima viene ceduta agli agricoltori a un prezzo irrisorio, se non addirittura nullo, pur essendo, a differenza dell’acqua ‘vergine’ “sottoposta per legge a costanti controlli qualitativi, cosa che richiede investimenti significativi”. Sul piano economico insomma il rapporto tra costi e benefici non gioca a vantaggio del riuso. E qui si apre un altro tema, quello della governance. Per trasformare i depuratori in fabbriche di acqua riciclata servono investimenti, non solo in tecnologie di affinamento ma anche in bacini di accumulo o reti di distribuzione, fondamentali per agevolare le buone pratiche di riuso. Ma di fondi dedicati, dice Utilitalia, non ce ne sono, il rapporto tra costi e benefici di certo non spinge i gestori a investire di tasca loro (tanto meno in periodo di costi delle materie prime crescenti) e non saranno i quattro miliardi di euro stanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a fare la differenza. “Se portassimo a casa tutti gli investimenti previsti dal PNRR – chiarisce il vicepresidente di Utilitalia Alessandro Russo – passeremmo dall’attuale media di 40 euro investiti per abitante a 50 euro nei prossimi quattro anni. Rispetto a una media europea che è il doppio”.

“Dobbiamo affrontare il tema del chi paga – spiega Andrea Guerrini di Arera – o gli agricoltori, ma finché esisterà acqua vergine a buon mercato questa non sarà una strada percorribile, o estendendo il perimetro del servizio idrico anche all’attività di fornitura di acqua di riuso laddove ve ne sia domanda”. A quel punto i gestori potrebbero caricare in bolletta i costi dell’affinamento e dell’eventuale stoccaggio, lasciando magari in capo ad agricoltori e consorzi di bonifica gli oneri per le reti di distribuzione e le canalizzazioni. “Il vantaggio ambientale derivante dal minore emungimento dalla falda – spiega Guerrini – giustificherebbe l’inserimento del trattamento per il riuso tra gli obblighi di servizio”. Trasformando in voce di ricavo l’esternalità ambientale positiva e contribuendo così a riequilibrare un rapporto tra costi e benefici che oggi penalizza il riuso. “L’approccio – dice il regolatore – potrebbe essere quello di censire gli impianti che potenzialmente potrebbero offrire acqua di riuso, perché in presenza di domanda da parte degli agricoltori o perché pronti a farlo con un minimo di revamping, e costruire un piano degli interventi che inserisca la voce del riuso nella determinazione delle curve tariffarie. Va da sé che dall’altra parte dev’esserci una domanda che si manifesti in modo chiaro”.

Nel prossimo futuro insomma per avere un servizio idrico che sia più attento ai temi del riuso e della scarsità delle risorse legata al cambiamento climatico i cittadini potrebbero dover pagare di più. “La bolletta è uno strumento complicato da utilizzare – confessa il vicepresidente di Utilitalia Alessandro Russo – la sfida vera è trovare il modo di comunicare al cittadino che sì, l’acqua costerà di più, ma che se sarà bravo a consumarne di meno la tariffa non cambierà. Se ci riusciremo è lì che troveremo le risorse per nuovi investimenti”. Senza dimenticare che per la realizzazione e l’adeguamento degli impianti di depurazione sono sul piatto gli oltre tre miliardi di euro stanziati dal 2012 a oggi (compresi 600 milioni a valere sul PNRR) per superare le ormai quattro procedure europee aperte ai danni dell’Italia in materia di trattamento delle acque reflue, una delle quali costa al Paese 60 milioni di euro l’anno in sanzioni. “Il complesso percorso di messa in regola dell’Italia, e del Mezzogiorno in particolare, in campo
fognario e depurativo – afferma il commissario Giugni – può essere l’occasione per innovare il sistema nel senso dell’economia circolare”.

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