La plenaria chiede alla Commissione di riesaminare costi, basi scientifiche e ripartizione degli oneri del trattamento quaternario. Gli emendamenti di popolari e conservatori rafforzano le tutele per il settore farmaceutico, soprattutto per generici e farmaci critici. Tra le misure previste anche la possibile sospensione temporanea degli obblighi EPR
Il Parlamento europeo accoglie gli allarmi dell’industria farmaceutica e, sotto la spinta dell’asse tra popolari e conservatori, apre una breccia nel nuovo sistema di finanziamento del disinquinamento avanzato delle acque reflue. Con una risoluzione approvata dalla plenaria del 18 giugno l’eurocamera ha infatti chiesto alla Commissione Ue di rimettere sotto esame costi, basi scientifiche e ripartizione degli oneri del trattamento quaternario, fino alla “sospensione temporanea degli obblighi di responsabilità estesa del produttore” per scongiurare impatti su disponibilità e accessibilità dei medicinali.
Il testo definitivo nasce da una proposta di risoluzione comune presentata da S&D, Renew Europe, Verdi/ALE e The Left, successivamente modificata in modo sostanziale dagli emendamenti del Partito popolare europeo e dei Conservatori e riformisti europei. Il risultato è un atto che non rinnega gli obiettivi ambientali della nuova direttiva sulle acque reflue urbane, ma ne mette sotto osservazione uno degli elementi più innovativi e al tempo stesso più discussi: il meccanismo chiamato a trasferire sulle industrie farmaceutiche e cosmetiche buona parte dei costi per la rimozione dei microinquinanti.
La nuova direttiva sulle acque reflue urbane è entrata in vigore il 1 gennaio 2025 e dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 31 luglio 2027. Entro il 31 dicembre 2028, invece, i singoli Stati dovranno regolamentare i regimi di responsabilità estesa del produttore attraverso i quali le aziende dei settori farmaceutico e cosmetica dovranno coprire almeno l’80% dei costi del trattamento quaternario negli impianti di depurazione di maggiori dimensioni e negli impianti più piccoli situati in aree considerate a rischio.
Si tratta di una fase avanzata di trattamento destinata ad abbattere sostanze che non vengono eliminate efficacemente dai processi convenzionali, tra cui residui farmaceutici e componenti dei prodotti cosmetici, come ormoni, pesticidi, PFAS, micro e nanoplastiche. Il principio è quello del ‘chi inquina paga’, con l’obiettivo di evitare che gli investimenti necessari ricadano prevalentemente sulle tariffe idriche o sui bilanci pubblici. Secondo uno studio di Utilitalia, nel nostro paese il costo stimato per adeguare gli impianti di depurazione alle nuove regole Ue potrebbe oscillare tra un minimo di 1,6 e un massimo di 6,1 miliardi di euro.
Proprio l’entità dei costi, e il metodo utilizzato per attribuirli ai due settori, sono però da tempo oggetto di contestazioni. Le associazioni dell’industria farmaceutica, nello specifico, avevano fin da subito sollevato forti critiche nei confronti dell’impostazione della Commissione, mettendo in dubbio sia la stima del contributo dei medicinali al carico complessivo di microinquinanti sia le valutazioni sull’impatto economico del nuovo sistema. Le preoccupazioni si sono concentrate in particolare sui farmaci generici e critici, prodotti spesso soggetti a prezzi regolati e caratterizzati da margini più ridotti.
Rispetto alla versione originale della risoluzione, più neutra rispetto alle posizioni in campo, un considerando introdotto dai conservatori richiama esplicitamente le critiche avanzate negli ultimi mesi dalle associazioni dell’industria e, nello specifico, la contestazione dell’attribuzione di circa il 92% del carico di microinquinanti ai prodotti farmaceutici e cosmetici, definendola oggetto di rilievi “su basi metodologiche e scientifiche”.
La stessa risoluzione prende atto della divergenza tra le valutazioni europee e alcune prime stime nazionali. Nei considerando si evidenzia che i costi calcolati da alcune autorità degli Stati membri, “in particolare in Germania e Spagna”, risultano “diverse volte superiori” rispetto a quelli indicati nella valutazione d’impatto della Commissione. Il testo ricorda, allo stesso tempo, che il successivo studio del Joint Research Centre ha sostanzialmente confermato le precedenti analisi europee, pur riconoscendo che le differenze metodologiche possono spiegare almeno in parte gli scostamenti.
Con gli emendamenti approvati, il Parlamento chiede quindi alla Commissione di realizzare entro la fine del 2026 una nuova valutazione che individui le sostanze presenti nelle acque reflue urbane, verifichi i costi del trattamento quaternario e riesamini “l’attribuzione della responsabilità ai settori pertinenti in base al principio ‘chi inquina paga’”. L’analisi dovrà inoltre valutare il possibile impatto sulla disponibilità, sull’accessibilità e sul prezzo dei medicinali, con particolare attenzione ai generici, ai farmaci critici e alle relative sostanze attive.
Il passaggio più rilevante riguarda tuttavia le misure di salvaguardia. Un emendamento ECR chiede infatti la sospensione temporanea delle disposizioni sull’EPR, degli obblighi di trattamento quaternario e dei relativi oneri finanziari “fino al completamento dello studio e alla valutazione dei suoi risultati da parte della Commissione”. La risoluzione non modifica direttamente la direttiva e non può, da sola, congelarne l’applicazione, ma il voto rappresenta un’indicazione politica netta sulle condizioni alle quali il Parlamento considera sostenibile il nuovo sistema.
La svolta impressa dall’asse popolari-conservatori emerge anche dall’eliminazione del passaggio che definiva l’EPR “il modello di finanziamento più efficace ed equo” per il trattamento quaternario. Nella versione definitiva resta il riferimento alle difficoltà di modificare le formulazioni farmaceutiche, soprattutto per i generici, ma viene meno il giudizio politico positivo sul meccanismo come soluzione necessariamente preferibile.





