Il MTR-3 conferma la centralità dell’equilibrio economico-finanziario nella regolazione dei rifiuti, senza però fornire criteri univoci di misurazione. La responsabilità è rimessa agli Enti territorialmente competenti, con conseguenti margini di incertezza applicativa e contenzioso. In questo quadro, scrive REF in un position paper, il PEFA emerge come strumento chiave per una valutazione integrata della sostenibilità degli affidamenti
Nel pieno avvio del terzo periodo regolatorio del servizio rifiuti, il tema dell’equilibrio economico-finanziario torna al centro del dibattito, ma resta avvolto da un’ambiguità di fondo: Arera lo richiama come presupposto imprescindibile della sostenibilità del sistema, senza però definirlo in modo operativo. “Un ruolo centrale e al tempo stesso problematico”, scrive il Laboratorio REF in un position paper, provando a sciogliere la tensione tra rilevanza del principio e assenza di metriche univoche.
La regolazione costruita attorno al MTR-3 ribadisce che l’equilibrio economico-finanziario è condizione necessaria per garantire continuità del servizio, copertura dei costi efficienti e stabilità degli affidamenti. È al tempo stesso l’obiettivo della gestione e il suo vincolo fondamentale, perché ogni scelta tariffaria, ogni rimodulazione e ogni eventuale revisione infra-periodo devono essere coerenti con il suo mantenimento. Il regolatore, rileva tuttavia REF, non ha mai introdotto “un indicatore puntuale di equilibrio, né un criterio univoco per misurarlo”, ma ne affida il presidio agli enti locali. Un’ampia discrezionalità applicativa, che da un lato, osserva il paper, è coerente con l’architettura multilivello della regolazione, ma dall’altro si traduce in eterogeneità di approcci e, non di rado, in contenzioso.
La stessa ambiguità, osserva tra l’altro REF, si riflette nello schema tipo di contratto e nel bando di gara. L’equilibrio economico-finanziario diventa un obbligo contrattuale permanente e un criterio di legittimità dell’affidamento, ma senza mai tradursi in una soglia o in un indicatore codificato. Il PEFA (piano economico finanziario dell’affidamento) in questo contesto, emerge come lo strumento più avanzato per tentare una misurazione integrata della sostenibilità della gestione, perché consente di leggere congiuntamente conto economico, stato patrimoniale e flussi di cassa lungo l’intero arco dell’affidamento. È qui che il principio inizia a prendere forma concreta, pur restando ancorato a valutazioni complesse e multidimensionali.
Il paper sottolinea come, proprio in assenza di indicazioni univoche, si stia progressivamente affermando un approccio basato su una pluralità di indicatori. Tra questi, il rapporto tra posizione finanziaria netta ed EBITDA, la solidità patrimoniale e i margini operativi, ma anche indicatori di redditività come il TIR e di sostenibilità finanziaria come il DSCR. Nessuno di questi, da solo, è sufficiente a definire l’equilibrio. È la loro lettura congiunta a restituire un quadro attendibile. Non a caso, il documento avverte che “l’equilibrio economico-finanziario non può essere ricondotto a un singolo indicatore, ma richiede una valutazione articolata” .
A complicare ulteriormente il quadro sono intervenuti anche una serie di pronunciamenti della giurisprudenza amministrativa che non sono riusciti a fornire “un’interpretazione univoca” del rapporto tra valori tariffari, costi efficienti del servizio e corrispettivo offerto dall’aggiudicatario in fase di gara. L’auspicio, sottolinea REF, è che la piena applicazione del bando di gara tipo, a partire dal 2026, possa contribuire almeno a “dipanare i dubbi sul corrispettivo da riconoscere al gestore e il suo aggiornamento lungo l’orizzonte dell’affidamento”. Tuttavia, conclude il paper, finché la ricostruzione dell’equilibrio economico-finanziario resterà affidata alla prassi e all’interpretazione caso per caso, questo “continuerà a rappresentare non solo un obiettivo regolatorio, ma anche una potenziale fonte di incertezza applicativa e di conflittualità”.





