Il Ministero dell’Ambiente apre la consultazione sulla revisione del regolamento per la raccolta degli pneumatici a fine vita. Obiettivo: superare le gestioni inefficienti e i fenomeni di ‘free riding’ che contribuiscono all’ingolfamento del sistema
Portare la raccolta obbligatoria degli pneumatici fuori uso dal 95 al 100% dell’immesso a consumo, con un target di riciclo minimo del 45%. Sono alcune delle modifiche al regolamento pfu – il dm 182 del 2019 – proposte dal Ministero dell’Ambiente e sottoposte fino al prossimo 12 febbraio alla consultazione dei portatori d’interesse. Una revisione per semplificare la disciplina di settore e allinearla alle recenti evoluzioni della normativa ambientale, ma soprattutto per provare a superare le criticità che limitano l’efficacia del sistema di raccolta e avvio a corretto trattamento degli pneumatici a fine vita.
Si tratta della seconda riforma della disciplina dei tempi e delle modalità attuative della responsabilità estesa del produttore, segno che a quindici anni dalla sua prima regolamentazione, con il dm 82 del 2011, il meccanismo fatica ancora a trovare una condizione di equilibrio ottimale. Tanto che la raccolta, sebbene obbligatoria, finisce per ingolfarsi ormai ogni anno, soprattutto in corrispondenza con i cambio gomme stagionali.
Se con l’attivazione del registro dei produttori e importatori di pneumatici il Mase ha puntato a porre un argine alla commercializzazione in nero e all’evasione dell’eco-contributo, con la proposta di revisione del dm 182 l’obiettivo è aumentare l’efficienza dei sistemi individuali e collettivi di responsabilità estesa. Per questo il Ministero propone, tra l’altro, di portare l’obbligo di raccolta dal 95 al 100% degli pfu generati dalla sostituzione degli pneumatici immessi sul mercato. Soglia da raggiungere per ogni anno civile, e non più solare. Un intervento che, di fatto, renderebbe quasi strutturale l’extra raccolta del 10% che da diversi anni il Mase chiede ai consorzi dei produttori per tamponare gli ingolfamenti del sistema.
Prevista anche l’introduzione di una soglia minima di 2.000 tonnellate per poter costituire una forma associata o un sistema individuale di gestione. L’obiettivo, si legge, è quello di “evitare situazioni di criticità” assicurando che “la forma di gestione possa avere la capacità tecnica ed economica per effettuare la raccolta su tutto il territorio nazionale”. Una misura pensata per superare gestioni inefficienti e fenomeni di ‘free riding’, ovvero operatori che dichiarano di assolvere agli obblighi della responsabilità estesa, magari in forma individuale, ma che in realtà non lo fanno. Lasciando a terra gli pfu che invece avrebbero dovuto raccogliere.
Per rendere omogenei i servizi di raccolta ed evitare il ‘cherry picking’, ovvero il concentrarsi dei prelievi solo nelle aree più semplici da gestire, iI target nazionale del 100% viene ripartito su base regionale. Sia per i sistemi collettivi che per quelli individuali si propone l’introduzione del divieto di prosecuzione delle attività in caso di mancato raggiungimento del target complessivo o se questo viene raggiunto ma i target regionali non risultano raggiunti per almeno 5 province e per quantitativi inferiori al 10% per singola provincia. In più, con l’obiettivo di spingere la gestione circolare degli pfu, il Mase propone di introdurre un inedito obiettivo di recupero di materia del 45% a carico di produttori e importatori. Un vincolo che dovrà fare i conti con le difficoltà del settore del recupero, che rischia la paralisi dopo la modifica della normativa europea Reach che ha vietato l’utilizzo del polverino di gomma negli intasi per i campi sportivi.


