Rifiuti tessili, l’allarme: “Su EPR rischio frammentazione tra Stati Ue”

di Luigi Palumbo 10/09/2025

Il Parlamento europeo ha approvato la riforma della direttiva rifiuti che introduce l’obbligo di responsabilità estesa del produttore per il tessile. Entro 30 mesi gli Stati membri dovranno istituire sistemi nazionali, ma le imprese, a partire da quelle italiane, chiedono regole armonizzate per evitare frammentazioni


Armonizzazione. Questa la parola d’ordine per portare a termine con successo la svolta avviata con la riforma della direttiva quadro rifiuti, che lo scorso martedì ha ottenuto il via libera definitivo del Parlamento europeo e che si prepara a finire in Gazzetta Ufficiale. Con nuovi target di riduzione dello spreco alimentare ma, soprattutto, con l’attesa introduzione dell’obbligo di istituire sistemi di responsabilità estesa del produttore nel settore del tessile e dell’abbigliamento. “Un passo decisivo”, scrivono in una nota le principali associazioni dell’ecosistema industriale europeo, dai produttori ai riciclatori, “per rendere efficace la gestione dei rifiuti tessili”. A patto che le nuove regole siano però “armonizzate in tutti gli Stati membri e applicate equamente a tutti gli operatori”.

Entro 30 mesi dall’entrata in vigore della nuova direttiva gli Stati membri dovranno regolamentare i rispettivi regimi nazionali di responsabilità estesa, o EPR, stabilendo in che modo chi immette per la prima volta a commercio prodotti d’abbigliamento, accessori o tessili per la casa, debba farsi carico della gestione del loro fine vita, coprendo anche i costi di raccolta, trattamento e valorizzazione dei rifiuti. Il rischio, avvertono le imprese, è che le scelte dei singoli Stati si traducano nella frammentazione nel mercato unico, con regole diverse da un paese all’altro che penalizzerebbero i produttori transnazionali determinando squilibri e inefficienze sia sul piano della competitività che della sostenibilità ambientale e sociale dei regimi.

Un rischio evidenziato anche dagli operatori del sistema italianointervenuti più volte sul tema dalle pagine della nostra testata – e tanto più concreto alla luce della volontà del Ministero dell’Ambiente di anticipare i tempi stabiliti dalla nuova direttiva Ue arrivando all’adozione di un regolamento EPR nazionale entro la fine di quest’anno. L’appello dei portatori d’interesse, dai neonati sistemi collettivi dei produttori alle imprese della raccolta e valorizzazione, è a non vanificare il vantaggio temporale con regole che non siano pienamente armonizzate con il quadro definito dalla nuova direttiva. Il testo italiano “è perfettamente in linea con la regolazione comunitaria”, garantisce dal canto suo il Ministero dell’Ambiente, che a giorni dovrebbe inviare la proposta di decreto EPR nazionale alla Commissione Ue per le valutazioni di compatibilità con le regole del mercato unico. Il tema sarà con ogni probabilità tra quelli al centro del tavolo di crisi convocato dal Mase per giovedì 11 settembre alla presenza delle principali associazioni di categoria.

Quello dell’Italia, tuttavia, è destinato a non rimanere un caso isolato. Del resto è stata la stessa Commissaria Ue all’economia circolare Jessika Roswall a sollecitare gli Stati membri a non aspettare i tempi della nuova direttiva per regolamentare i rispettivi sistemi EPR nazionali. Un’urgenza dettata anche dalla crisi profonda che sta mandando in tilt i sistemi di raccolta e valorizzazione dei rifiuti tessili e da abbigliamento in tutta Europa, complice l’aumento dei capi fast e ultra fast fashion e la saturazione dei mercati di sbocco. Come l’Italia, anche altri paesi hanno quindi già in cantiere il loro EPR. Per questo, scrivono le associazioni europee, “già dal 2025” la Commissione deve farsi garante di un quadro di regole chiare e condivise che “dovrebbe includere un elenco armonizzato dei prodotti inclusi nell’ambito EPR, una struttura coerente per il calcolo delle tariffe e dell’eco-modulazione e un sistema di reporting condiviso”.

Nel loro appello le imprese pongono l’accento soprattutto sulla possibilità, riconosciuta agli Stati membri, di modulare i contributi da prelevare su ogni prodotto in base alla maggiore o minore sostenibilità del capo. Una leva per migliorare la progettazione dell’immesso a mercato e contrastare fast e ultra fast fashion, a patto però che “i criteri di eco-modulazione siano basati sulla scienza e allineati ai requisiti del regolamento sulla progettazione ecocompatibile per prodotti sostenibili (ESPR) una volta che questi saranno pienamente implementati”. Nelle more dell’adozione dell’atto delegato sull’ecodesign tessile, atteso per il 2026, “per evitare ritardi nella promozione della circolarità – si legge – sosteniamo l’introduzione di criteri provvisori pragmatici a livello Ue, che possano essere perfezionati man mano che gli standard di progettazione ecocompatibile sono stati adottati”.

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