Ue, stop alla distruzione degli abiti invenduti dal luglio 2026

di Elvira Iadanza 10/02/2026

UTILITALIA abiti usati

La Commissione europea ha adottato nuove misure nell’ambito del regolamento ecodesign per vietare la distruzione dei capi di abbigliamento, calzature e accessori in eccesso e aumentare la trasparenza


La transizione circolare dell’industria tessile e dell’abbigliamento passa anche da nuove modalità di gestione di tutto ciò che non viene venduto. E che già a partire da quest’anno in molti casi non potrà più essere distrutto, smaltito in discarica o inceneritore. La Commissione europea lo ha ribadito con un pacchetto di nuove misure adottate nell’ambito del piano di attuazione del regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), il cosiddetto regolamento sull’eco-design.

Sono i numeri a spiegare il perché dell’intervento: ogni anno in Europa si stima che dal 4 al 9% dei tessuti invenduti venga distrutto prima ancora di essere indossato. Questi rifiuti, stima Bruxelles, generano circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, un valore paragonabile alle emissioni nette totali della Svezia nel 2021. Dati che l’esecutivo europeo considera incompatibili con gli obiettivi climatici e industriali dell’Unione. Le misure adottate dalla Commissione europea intervengono per invertire la rotta, stabilendo il divieto di distruzione per abbigliamento, calzature e accessori invenduti e introducendo obblighi di trasparenza sui quantitativi di merce scartata.

Il nuovo pacchetto normativo introduce due pilastri chiave: da un lato il divieto di distruzione della merce invenduta, dall’altro il rafforzamento degli obblighi di divulgazione delle informazioni sui prodotti di consumo dismessi e invenduti. I due atti esecutivi adottati da Bruxelles, un regolamento delegato e uno di attuazione, chiariscono le modalità con cui le imprese dovranno conformarsi alle nuove regole. L’applicazione delle nuove regole seguirà un percorso scaglionato in base alla dimensione delle imprese. Il divieto di distruzione entrerà in vigore dal 19 luglio 2026 per le grandi aziende, mentre le medie imprese dovranno adeguarsi entro il 2030.

Vengono definite in modo puntuale le deroghe ammissibili, limitate a casi specifici e giustificati – come motivi di sicurezza o danni irreversibili al prodotto – e soggette al controllo delle autorità nazionali. È stato inoltre introdotto un formato standardizzato per la comunicazione dei beni distrutti, che diventerà obbligatorio a partire da febbraio 2027, lasciando alle aziende un periodo di adeguamento dei processi e dei sistemi di rendicontazione. Gli obblighi di disclosure, già applicabili alle grandi aziende, si estenderanno alle medie imprese sempre nel 2030.

La progressività – spiega la Commissione europea – tiene conto delle diverse capacità organizzative delle imprese, ma invia allo stesso tempo un messaggio chiaro: ripensare in modo strutturale la gestione delle scorte. Le aziende sono infatti incoraggiate a migliorarne l’efficienza, a gestire i resi e a valutare alternative come la rivendita, la rigenerazione, le donazioni o il riutilizzo.

“Il settore tessile è all’avanguardia nella transizione verso la sostenibilità, ma permangono ancora delle sfide. I numeri sui rifiuti dimostrano la necessità di agire. Con queste nuove misure, il settore tessile potrà orientarsi verso pratiche sostenibili e circolari, aumentando la competitività e riducendo le dipendenze”, ha commentato Jessika Roswall, commissaria Ue per l’Ambiente, la resilienza idrica e un’economia circolare competitiva.

Il contesto europeo rende evidente la portata del problema: in Francia ogni anno vengono distrutti prodotti invenduti per un valore stimato di circa 630 milioni di euro. A incrementare i volumi di merce scartata contribuisce anche lo shopping online: in Germania, ad esempio, in un solo anno vengono eliminati quasi 20 milioni di articoli resi.

Le nuove misure sullo stop alla distruzione degli invenduti si inseriscono all’interno del più ampio percorso europeo verso l’eco-design del tessile. Il regolamento ESPR non contiene ancora i requisiti tecnici dettagliati per abbigliamento, calzature, e accessori ma crea il quadro giuridico entro cui la Commissione definirà, attraverso atti delegati attesi entro il 2027, criteri specifici di progettazione sostenibile per il settore. Le future regole dovrebbero intervenire su aspetti come durabilità dei capi, riparabilità, riciclabilità, uso di fibre riciclate e tracciabilità dei prodotti lungo l’intero ciclo di vita, anche attraverso l’introduzione del Digital Product Passport, una carta d’identità digitale per prodotti componenti e materiali – spiega la Commissione Ue – che memorizzerà informazioni rilevanti per supportare la sostenibilità dei prodotti, promuoverne la circolarità e rafforzare la conformità legale. a partire dal giorno di applicazione, i parametri di ecodesign diventeranno requisito vincolante per l’immissione dei prodotti sul mercato Ue.

1 Commento su "Ue, stop alla distruzione degli abiti invenduti dal luglio 2026"

  1. Andrea ha detto:

    I produttori pagano per la distruzione , per mantenere un certo livello di prezzo e tutelare i propri marchi. Vengono distrutte tonnellate e tonnellate di materiali finiti. Non vedo come questa nuova normativa possa intervenire.

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