Carlo Colombino, neo-presidente di Anpar, indica negli aggregati riciclati uno snodo decisivo per l’economia circolare dell’edilizia. Se il quadro normativo nazionale sull’end of waste ha finalmente trovato un equilibrio, crescono le preoccupazioni per l’impostazione restrittiva del regolamento europeo in arrivo. Il vero nodo resta però il mercato: senza una corretta applicazione dei Cam e una domanda pubblica coerente, avverte Colombino, la filiera del riciclo rischia di fermarsi
L’economia circolare dell’edilizia passa dagli aggregati riciclati. E passa, prima ancora, da un quadro normativo coerente e da una domanda pubblica che sappia applicare le regole che già esistono. È questo il messaggio che emerge dalle prime parole di Carlo Colombino, neo-nominato presidente di Anpar, l’associazione nazionale dei produttori di aggregati riciclati, eletto all’unanimità alla guida di un comparto chiave per la transizione ecologica del settore delle costruzioni. I rifiuti da costruzione e demolizione rappresentano circa il 40% del totale dei rifiuti prodotti ogni anno dal nostro Paese, una quota che rende il settore del recupero strategico per qualsiasi politica credibile di economia circolare. “Se non partiamo da qui – spiega Colombino a Ricicla.tv – significa che l’economia circolare non riusciremo mai ad attuarla”.
Secondo i dati Ispra richiamati da Colombino nel corso dell’intervista, in Italia i rifiuti edili ammontano a circa 80 milioni di tonnellate l’anno. Il tasso di recupero ha ormai raggiunto l’80%, traducendosi in una gestione annuale di circa 60 milioni di tonnellate di aggregati. Un risultato importante, ottenuto lavorando un flusso di rifiuti che – come sottolinea il presidente – è “tutto sommato tra quelli più facilmente riciclabili”, a patto che il contesto regolatorio accompagni davvero gli operatori.
Qui entra in gioco uno dei principali dossier sul tavolo della nuova presidenza Anpar, quello dell’end of waste, il set di parametri in base ai quali stabilire quando un rifiuto, sottoposto a trattamento, cessa di essere tale e può essere sostituito ai materiali vergini nell’industria e nella manifattura. E, nel caso degli aggregati riciclati, ridurre così il prelievo di materiali da cava. I benefici ambientali del riciclo, però, non sempre hanno trovato sponda nel quadro regolatorio.
“Per quasi 25 anni – dice Colombino – abbiamo dovuto fare i conti con le limitazioni imposte dal decreto 5 febbraio 1998, che ha creato danni anche in termini di diffidenza da parte dei potenziali acquirenti di aggregati riciclati: un direttore lavori non li compra se non ha la certezza che siano prodotti e non siano rimasti rifiuti perché magari avevano i solfati a 300 invece che a 250”. Un approccio restrittivo che era stato mantenuto anche nella prima versione del decreto end of waste nazionale, sulla quale però i riciclatori di rifiuti inerti hanno dato battaglia, fino a ottenerne la revisione. “Negli ultimi due o tre anni – spiega Colombino – siamo finalmente riusciti ad avere in Italia una legislazione che, pur non soddisfacendo al cento per cento gli operatori, ha dato un quadro di riferimento. Ci sono cose da correggere, certo, ma il percorso è avviato”.
A livello nazionale, spiega Colombino, continuerà il confronto con il Ministero dell’ambiente nell’ambito del periodo di monitoraggio garantito dalla norma. L’allarme, ora, è per il regolamento europeo in fase di elaborazione. “Avevamo sempre guardato all’Ue con fiducia, pensando che le esperienze del Nord Europa potessero essere un modello. Invece la Commissione ha incaricato il JRC di predisporre un regolamento partendo dai vincoli più restrittivi possibili. È un approccio che non ci soddisfa”. Secondo Colombino, un regolamento europeo dovrebbe partire dall’individuazione dei reali rischi per salute e ambiente, lasciando poi agli Stati membri la possibilità di introdurre restrizioni ulteriori in presenza di specifiche condizioni locali. “Le situazioni non sono uguali in tutti i Paesi – avverte il presidente di Anpar – e questo va riconosciuto”.
Se il quadro regolatorio conserva una posizione preminente nell’agenda dei riciclatori, il tema più critico per il settore resta però quello del mercato, visto che le imprese riciclano tanto ma faticano a collocare i propri prodotti. Colpa, anche, dell’inefficace applicazione delle leve già previste dalla normativa, a partire dai Criteri ambientali minimi (Cam). Nei settori dell’edilizia e delle infrastrutture stradali i Cam, obbligatori in tutte le gare pubbliche, dovrebbero privilegiare anche l’impiego di aggregati recuperati, ma vengono utilizzati poco e male dalle stazioni appaltanti. “Questo dovrebbe preoccupare i decisori politici più che noi operatori – afferma il presidente – perché noi i rifiuti li prendiamo, li recuperiamo e li ricicliamo. Ma se il mercato non assorbe il materiale, a un certo punto siamo costretti a chiudere. E allora nessuno potrà più conferire, né da me né da altri”. Con il rischio che si blocchi la filiera del trattamento e che i rifiuti dell’edilizia prendano altre e meno sostenibili strade. A partire da quella dell’abbandono selvaggio.
A proposito della cattiva applicazione dei Cam, Colombino cita “un esempio clamoroso”, quello del grande appalto di manutenzione stradale da 180 milioni di euro bandito dal Comune di Roma ma, sostiene Anpar – che ha denunciato la cosa all’Anac – senza tenere in alcun modo in considerazione i Cam di settore. “Dispiace dover arrivare a minacciare ricorsi, ma se nemmeno i grandi enti pubblici danno il buon esempio, diventa difficile far passare il messaggio”, osserva il presidente.
Fortunatamente non mancano i casi positivi. “In Piemonte, che è la mia regione, l’utilizzo dei materiali per le grandi opere era quasi esclusivamente legato alle cosiddette ‘cave di prestito’, un’autentica porcheria. Poi – dice – lo scorso anno, con una fatica enorme anche per i problemi regolatori di cui sopra, siamo riusciti a far introdurre l’utilizzo degli aggregati riciclati nel regolamento sulle attività estrattive”. L’effetto, per i riciclatori piemontesi, è stato quasi immediato. “Grazie al nuovo quadro diverse aziende del territorio sono riuscite a veicolare una grossa fornitura di aggregati recuperati per il completamento della Asti-Cuneo, messa in funzione il 1 gennaio di quest’anno, con prestazioni in alcuni casi addirittura superiori a quelle degli aggregati naturali”.
La chiave per sbloccare la circolarità nel settore dell’edilizia e delle infrastrutture resta insomma soprattutto nella domanda pubblica e nel ruolo dei grandi committenti. “Dobbiamo far leva su chi prepara i capitolati, su chi bandisce gli appalti, affinché l’uso di materiali riciclati diventi davvero sistematico, come già prevedono i Cam su edilizia e infrastrutture”, conclude Colombino.


