Aggregati riciclati, nuovo allarme sull’end of waste: stavolta il problema è l’Ue

di Luigi Palumbo 22/12/2025

rifiuti da costruzione e demolizione

Le imprese del riciclo degli inerti guardano con preoccupazione ai primi orientamenti sul futuro decreto end of waste europeo, coordinato dal Joint Research Centre. Secondo Anpar, il rischio è di replicare criticità già superate a livello nazionale dopo il confronto con il Ministero dell’Ambiente. Intanto resta aperto il nodo del mercato: nonostante alti tassi di recupero, la domanda di aggregati riciclati è debole e il Green public procurement continua a essere applicato in modo disomogeneo


È di nuovo allarme tra le imprese del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione. Dopo la dura interlocuzione con il Ministero dell’Ambiente, approdata alla riscrittura del decreto end of waste nazionale, ora il confronto – e lo scontro – passano al livello europeo. A preoccupare gli operatori sono i primi orientamenti emersi nell’ambito dei lavori di preparazione del decreto end of waste europeo, coordinati dal Joint Research Centre della Commissione Ue. “Il regolamento Ue dovrebbe essere pubblicato nel 2027. E ci preoccupa molto”, spiega a Ricicla.tv Paolo Barberi, presidente di Anpar, associazione nazionale dei produttori di aggregati riciclati.

Il tasto dolente, così come era stato per il decreto end of waste nazionale, restano soprattutto i parametri limite per la presenza di contaminanti negli aggregati riciclati derivanti dal recupero dei rifiuti inerti. Secondo quanto apprende Ricicla.tv, il JRC sarebbe orientato a fissarli partendo da quelli definiti dai singoli Stati membri e facendo una vera e propria media aritmetica. “Non è un approccio tecnico o scientifico – dice Barberi – ma puramente statistico”. Un metodo di lavoro che, di fatto, non entra nel merito delle singole scelte tecniche e regolatorie fatte dagli Stati membri, per individuare quelle più efficaci, ma punta a tenerle dentro tutte, con il rischio di ereditarne anche le eventuali storture o incongruenze.

“Assieme alle principali associazioni di categoria – dice Barberi – siamo pronti a dialogare con il JRC, con la Commissione e, se necessario, con il Parlamento europeo per evitare che il regolamento ci piombi sulla testa creando quei problemi che il regolamento nazionale non sta più creando“. Dopo la dura interlocuzione con Ispra e Ministero dell’Ambiente sulla prima versione del decreto end of waste nazionale, infatti, la revisione del regolamento è riuscita a mettere tutti d’accordo, scongiurando il rischio di blocco del riciclo inizialmente paventato dalle imprese. “Il confronto continua – chiarisce il presidente di Anpar – anche perché siamo ancora nel periodo di monitoraggio. Il Ministero ha dimostrato apertura e competenza. Siamo certi che si possa arrivare a migliorare ulteriormente il testo”.

Accanto agli aspetti regolatori, il nodo vero per i riciclatori resta però quello del mercato. Nonostante un tasso di recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione superiore all’80%, infatti, la domanda di aggregati riciclati è pesantemente sottodimensionata rispetto all’offerta, e in più continua a privilegiare le applicazioni meno ‘nobili’, come i riempimenti e sottofondi stradali. “L’economia circolare si mette in atto quando il prodotto riciclato trova una sua destinazione di mercato e quando la sua vendita remunera l’itera filiera di trattamento – dice Barberi – servono norme certe e omogenee su tutto il territorio nazionale e, soprattutto, serve che tutti comprendano l’importanza di utilizzare le materie prime derivanti da riciclo”.

Per risollevare il mercato dei materiali riciclati la prima, e più efficace, leva da utilizzare resta quella degli appalti pubblici, potenziale acceleratore della domanda di prodotti e servizi sostenibili. Un ruolo che, però, il cosiddetto Green public procurement continua a svolgere solo in parte, tanto che l’Unione europea ha già messo in agenda una riforma per il 2026. In Italia la situazione non è diversa: nonostante l’obbligo previsto dal Codice degli appalti, i Criteri ambientali minimi restano ancora troppo spesso sulla carta. In alcuni casi nemmeno su quella. Esempio eclatante quello della gara da 720 milioni di euro bandita dal Comune di Roma per interventi urgenti e ordinari di manutenzione stradale. Secondo Anpar, il capitolato tecnico avrebbe quasi completamente ignorato i Cam di settore in vigore dal dicembre 2024, prevedendo per gli strati di fondazione, ad esempio, l’uso esclusivo di aggregati naturali di cava in contrasto con le quote minime di materiali riciclati fissate dal Ministero dell’Ambiente. Una scelta che ha spinto l’associazione a segnalare il bando, ancora in fase di aggiudicazione, all’Autorità nazionale anticorruzione.

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