Secondo un’analisi di T&E l’Europa conta 93 progetti lungo la filiera del riciclo delle batterie, 39 dei quali già operativi, ma oltre metà della capacità prevista al 2030 è a rischio. A pesare sono costi elevati, difficoltà di accesso ai materiali e la perdita di flussi strategici come la ‘black mass’: ogni anno ne fuoriesce dall’Ue, soprattutto verso la Cina, un quantitativo dal valore stimato nell’ordine dei 150 milioni di euro
L’Europa raccoglie e tratta batterie esauste, produce ‘black mass’ e altri materiali ricchi di risorse strategiche, ma una parte rilevante di questi flussi finisce ad alimentare filiere del riciclo fuori dall’Unione. Un cortocircuito industriale che, secondo la ong Transport & Environment, il futuro Circular Economy Act dovrà contribuire a correggere, trasformando il riciclo in uno strumento di politica industriale e di sicurezza degli approvvigionamenti a completamento della catena del valore delle batterie continentale. Senza interventi regolatori ed economici, avverte l’associazione, oltre metà della capacità di riciclo in cantiere a livello europeo è da considerarsi a rischio.
In un’analisi sui flussi europei di rifiuti di batterie T&E stima infatti che almeno il 60% della ‘black mass’ prodotta in Europa lasci oggi l’Ue per essere lavorata altrove, per un valore nell’ordine dei 150 milioni di euro l’anno. Se l’attuale tendenza dovesse proseguire, nel 2030 potrebbero uscire dall’Unione almeno 200mila tonnellate di ‘black mass’, equivalenti ai materiali recuperabili dalle batterie di circa 1,7 milioni di auto e, ai prezzi attuali, a oltre un miliardo di euro di valore.
La ‘black mass’ è il materiale intermedio ottenuto dal trattamento delle batterie agli ioni di litio e contiene risorse come litio, nichel e cobalto. Recuperarle dai rifiuti significa ridurre la dipendenza, al momento quasi totale, dell’industria Ue dalle importazioni da paesi terzi. Il nodo, però, non è soltanto triturare le batterie a fine vita: la parte più strategica della catena è la successiva raffinazione – tipicamente tramite processi piro o idrometallurgici – necessaria per riportare questi materiali a una qualità utilizzabile nelle nuove produzioni. È qui che la catena circolare europea manca degli anelli necessari a chiudere il ciclo.
Secondo T&E, la Cina, che di fatto controlla il mercato globale degli accumulatori, concentra oggi anche il 94% della capacità globale di recupero dei materiali dalle batterie, mentre i riciclatori europei soffrono costi energetici più elevati, difficoltà di accesso al feedstock e una domanda interna ancora insufficiente. Guardando alla pipeline dei progetti lungo l’intera catena del valore del riciclo delle batterie, la ricerca di T&E ha censito complessivamente 93 progetti, di cui 39 già operativi. Se tutti entreranno in funzione, nel 2030 l’Europa potrebbe raggiungere una capacità di trattamento di circa 1,32 milioni di tonnellate di materiali per batterie. Tuttavia, oltre la metà di questa capacità è attualmente considerata a rischio.
Sul fronte normativo Bruxelles ha già iniziato a costruire le condizioni per trattenere e valorizzare maggiormente le materie prime contenute nelle batterie a fine vita, e garantire così le condizioni per un pieno sviluppo delle filiere industriali del riciclo. Un primo tassello è il nuovo regolamento sulle batterie, che introduce obiettivi obbligatori di recupero dei materiali e, dal 2031, quote minime di contenuto riciclato nelle nuove batterie: 16% per il cobalto, 85% per il piombo e 6% per litio e nichel. Le percentuali aumenteranno ulteriormente dal 2036 per cobalto, litio e nichel.
L’obiettivo è creare una domanda strutturale di materie prime seconde e ridurre la dipendenza dell’Unione dalle importazioni. Il regolamento, tuttavia, non impone che quei materiali siano necessariamente riciclati all’interno dell’Ue: è proprio su questo punto che T&E propone di fare un passo ulteriore. Nel Circular Economy Act, che dovrebbe essere presentato questo autunno, la ong chiede infatti di introdurre un requisito di ‘Union content’ che riservi una quota degli obblighi di contenuto riciclato a materiali recuperati e raffinati in Europa.
A questa leva sulla domanda si aggiunge quella sulla circolazione dei materiali riciclabili. Dal 9 dicembre 2026 diventerà applicabile la nuova versione dell’Elenco europeo dei rifiuti introdotta con la decisione delegata (Ue) 2025/934, che aggiorna i codici relativi alla filiera delle batterie e classifica come rifiuti pericolosi diverse frazioni derivanti dal loro trattamento, compresa la ‘black mass’.
La nuova classificazione renderà più difficile l’esportazione di questi materiali verso Paesi terzi, con l’obiettivo di evitare che risorse come litio, nichel e cobalto lascino l’Europa prima di essere recuperate. La stretta presenta però anche un possibile effetto collaterale: procedure più complesse per trasporto e trattamento potrebbero aumentare tempi e costi lungo la filiera proprio mentre gli impianti europei hanno bisogno di maggiori quantità di materiale per raggiungere economie di scala. È anche per questo che T&E chiede al Circular Economy Act di intervenire sul regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, semplificando le spedizioni intra-Ue dei rifiuti contenenti materie prime critiche quando dirette verso impianti di recupero autorizzati.
Alle corsie agevolate intraeuropee, aggiunge l’associazione, occorrerà affiancare anche nuove strette sulle esportazioni fuori dall’Ue, con messe al bando o maggiori oneri per i materiali non destinati a essere trattati da imprese europee all’estero o, in ogni caso, a non generare valore per la filiera europea delle batterie. Sempre sul piano regolatorio T&E chiede poi criteri armonizzati di end of waste per integrare le filiere nazionali del riciclo e l’estensione ai precursori dei materiali attivi catodici del regime di supporto alla domanda di prodotti ‘made in Eu’ introdotto con l’Industrial Accelerator Act.
Parallelamente, la Commissione sta intervenendo anche sul lato industriale. Il 28 luglio ha aperto la call della Battery Booster Facility, con una dotazione fino a 1,5 miliardi di euro provenienti dall’Innovation Fund e destinati a sostenere, tramite prestiti a tasso zero, la fase di ramp-up degli impianti europei di produzione di celle. Ogni progetto potrà ricevere fino a 500 milioni di euro e coprire fino al 60% dei costi ammissibili. La misura è rivolta a impianti nello Spazio economico europeo dedicati alle celle per veicoli elettrici, con una capacità produttiva prevista di almeno 10 GWh l’anno. La Facility non finanzia direttamente gli impianti di riciclo, ma completa il quadro industriale nel quale si inseriscono le richieste di T&E: trattenere ‘black mass’ e materie prime seconde nell’Ue ha senso soltanto se esiste, a valle, una filiera capace di assorbirle.




