Bilancio Ue, ecco la nuova tassa sui rifiuti elettronici

di Redazione Ricicla.tv 16/07/2025

Dal 2028 gli Stati Ue dovranno pagare una tassa sul peso dei rifiuti elettronici non raccolti. La misura, prevista dal nuovo bilancio pluriennale della Commissione europea, punta a finanziare parte del piano da 2.000 miliardi di euro e a promuovere il recupero di materie prime critiche. Per l’Italia una stangata da 2,6 miliardi di euro. Critiche dal settore. Erion: “Il rischio è che i costi ricadano su produttori e consumatori, senza reali benefici ambientali”


Dal 2028 gli Stati membri dell’Ue dovranno pagare una tassa sui rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche non raccolti, in aggiunta a quella per il packaging in plastica non riciclato introdotta nel 2021. Lo prevede il nuovo quadro di entrate messo a punto dalla Commissione europea nell’ambito della proposta di bilancio pluriennale adottata oggi dal collegio dei commissari. Il piano finanziario disegnato da Bruxelles, dal valore di 2 mila miliardi di euro con riferimento al periodo dal 2028 al 2034, sarà sostenuto per 58,5 miliardi l’anno dalle cinque nuove ‘risorse proprie‘: ETS 1, CBAM, accisa sui prodotti da fumo, un prelievo sulle imprese con fatturato superiore ai 100 milioni di euro e la nuova tassa sui raee, da applicare in ogni Stato membro in base al peso delle apparecchiature a fine vita non raccolte.

Un’imposta che, chiarisce Bruxelles, dovrebbe fruttare 15 miliardi di euro l’anno e che non punterà (solo) a fare cassa ma anche a garantire “risultati ambientali positivi sostenendo al contempo l’autonomia strategica dell’Unione nell’approvvigionamento delle materie prime critiche” contenute nei raee. A completare il quadro delle risorse proprie – che assieme ai contributi versati dai singoli Stati membri rappresentano la principale fonte di finanziamento del budget europeo – quelle già operative nell’attuale budget, basate su tariffe doganali, IVA, reddito nazionale lordo degli Stati membri e sulle quantità di imballaggi in plastica non riciclate, quest’ultima vera e propria antesignana della nuova tassa sui raee, costata all’Italia 855 milioni di euro nel solo 2023. Prelievo il cui importo, tra l’altro, viene rivisto al rialzo passando da 0,8 a 1 euro al kg.

L’importo di base del nuovo tributo sulle apparecchiature elettriche ed elettroniche è stato fissato dalla Commissione a 2 euro per ogni kg e dovrà essere moltiplicato per la differenza tra il peso medio delle apparecchiature immesse sul mercato nel triennio precedente e il peso dei raee raccolti. Si tratta delle due misure che oggi vengono utilizzate per calcolare il tasso di intercettazione dei raee in ogni Stato membro (rapporto tra raccolta effettiva e immesso a consumo) e verificare la distanza rispetto al target vincolante dell’Ue fissato al 65%Obiettivo sfidante che quasi tutti i paesi Ue non sono riusciti a raggiungere, inclusa l’Italia, che per questo a luglio dello scorso anno si è vista recapitare una lettera di messa in mora da parte della Commissione. Secondo i dati del Centro di Coordinamento RAEE, infatti, nel 2024 abbiamo raccolto 540.854 tonnellate di apparecchiature dismesse, a fronte del milione 824.579 immesso a consumo in media tra 2021 e 2023. Un tasso di raccolta pari al 29,64%, distante oltre trenta punti rispetto al target Ue, che se le cose restassero così equivarrebbe a una stangata di 2,6 miliardi di euro circa all’anno.

Una iniziativa che già solleva dubbi tra gli attori del sistema nazionale di raccolta e avvio a trattamento dei raee. “Sembra esclusivamente un modo per fare cassa – dice a Ricicla.tv il direttore generale del sistema collettivo Erion WEEE Giorgio Arienti – non è detto infatti che i proventi della tassa vengano poi utilizzati con finalità ambientali, e anzi i suoi effetti potrebbero essere più distorsivi che altro. In primo luogo si rischiano fenomeni di mancata comunicazione dei dati sull’immesso a consumo da parte dei produttori e calcoli ‘creativi’ da parte degli Stati membri per quanto riguarda i tassi di raccolta. Ma il rischio vero è che gli Stati membri possano scegliere di ribaltare il peso della tassa sui produttori di apparecchiature, scaricandolo di fatto sui consumatori finali, che però già sostengono il costo dell’eco-contributo per la raccolta dei raee. Un aggravio di costi per i cittadini, con un approccio a tutti gli effetti punitivo”.

La struttura del nuovo bilancio pluriennale, adottata dal collegio dei commissari non senza fibrillazioni (tanto da far slittare di diverse ore la presentazione ufficiale) rivoluziona il tradizionale assetto del budget europeo, riducendolo a tre macrocapitoli di spesa, il principale dei quali, dal valore di 1 triliardo di euro, accorperà tra l’altro le politiche agricole, di coesione e di sicurezza. Gli Stati membri accederanno alle risorse loro destinate attraverso piani nazionali e regionali di partnership multisettoriali (sulla falsariga dei piani nazionali di ripresa e resilienza) che dovranno assicurare la coerenza degli interventi finanziati con le priorità strategiche dell’Unione.

Il secondo macrocapitolo di spesa sarà rappresentato dal neonato European Competitiveness Fund da 409 miliardi di euro, che assieme al programma Horizon Europe cuberà complessivamente 589,6 miliardi per rilanciare la produttività industriale e il mercato interno nei settori strategici delle clean tech, del digitale e della difesa. L’obiettivo è quello di tenere assieme decarbonizzazione e competitività in linea con la direzione indicata dai rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi. Anche se quest’ultimo sottolineava la necessità di investimenti per 800 miliardi di euro l’anno e di strumenti di debito comune che, invece, restano ancora fuori discussione. A chiudere il budget i 215 miliardi di euro del capitolo Global Europe per lo sviluppo di partenership internazionali.

La strada verso l’approvazione definitiva del nuovo budget è appena iniziata e, visti i malumori diffusi e trasversali (tra gli Stati membri e in Parlamento, ma anche in seno alla stessa Commissione) che hanno accolto la rivoluzione nell’assetto dei capitoli di spesa, si annuncia lunga e in salita. Al termine dei negoziati il Parlamento dovrà licenziare la proposta a maggioranza assoluta, poi sarà il turno degli Stati membri, che invece dovranno esprimersi all’unanimità.

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