Secondo il Politecnico di Milano, la produzione italiana di biometano è attesa in forte crescita, ma al 2030 resterà un gap tra 1,2 e 2,1 miliardi di Smc l’anno rispetto agli obiettivi PNIEC. Il comparto è frenato da iter autorizzativi complessi, scarsa bancabilità dei progetti, frammentazione produttiva e costi ancora superiori al metano fossile
Il biometano italiano accelera, ma non abbastanza per centrare gli obiettivi fissati al 2030. È il quadro che emerge dal Biomethane & Biofuels Report 2026 di Energy & Strategy della POLIMI School of Management, che fotografa un settore in crescita ma ancora frenato da ostacoli autorizzativi, limiti di bancabilità, frammentazione della filiera e da un differenziale di costo ancora rilevante rispetto al metano fossile. Uno stato di cose che limita il potenziale ambientale e competitivo di una risorsa chiave per la decarbonizzazione e l’autonomia energetica nazionale. Tanto più alla luce della volatilità del mercato dei combustibili fossili legata alle tensioni sullo scenario internazionale, dal conflitto russo-ucraino a quello nel Golfo Persico.
Secondo le stime del report, la produzione nazionale di biometano potrebbe salire dagli 0,9 miliardi di standard metri cubi del 2025 a 3,8 miliardi di Smc l’anno nel 2030 nello scenario ottimistico, pari a una crescita media annua del 25%. Nello scenario conservativo, che ipotizza il mantenimento delle dinamiche attuali, la produzione si fermerebbe invece a 2,9 miliardi di Smc l’anno, con un incremento medio del 15%. In entrambi i casi, tuttavia, il traguardo dei 5 miliardi di metri cubi indicato dal Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) resterebbe fuori portata: il gap stimato al 2030 varia infatti tra 1,2 e 2,1 miliardi di Smc l’anno.
Il dato conferma il ruolo ormai riconosciuto del biometano nelle strategie di decarbonizzazione, ma anche la difficoltà del comparto a trasformare il potenziale tecnico e industriale in capacità produttiva effettiva. “Le risorse del PNRR e i meccanismi incentivanti degli ultimi anni hanno portato a un’accelerazione degli investimenti nel biometano”, afferma Paolo Maccarrone, direttore scientifico del report, richiamando sia la riconversione degli impianti agricoli a biogas sia la realizzazione di nuovi progetti. Gli interventi normativi più recenti, come la rimodulazione dei costi di connessione alle reti di trasporto e distribuzione “hanno introdotto maggiore flessibilità operativa”, aggiunge, ma il rischio è che l’impulso attuale si esaurisca con la realizzazione degli impianti già autorizzati nelle aste previste dal DM 2022 finanziato dal Pnrr.
In Italia, a giugno 2026, risultano in esercizio 176 impianti di biometano, di cui 115 riconducibili al DM 2018, per una capacità produttiva complessiva di circa 115.000 Smc l’ora, poco più di 1 miliardo di Smc l’anno. La distribuzione resta concentrata soprattutto nel Nord del Paese, dove si trova la quota prevalente degli impianti attivi e in sviluppo. La taglia media è pari a circa 5 MW, equivalenti a 500 Smc l’ora, per gli impianti agricoli, e a circa 11 MW per quelli alimentati da FORSU, la frazione organica del rifiuto solido urbano.
Il problema italiano, tuttavia, non riguarda solo la capacità installata, ma anche e soprattutto “l’elevata complessità autorizzativa, la scarsa bancabilità dei progetti, l’estrema frammentazione della produzione e la scarsa integrazione di filiera”, spiega Maccarrone. Stando al report, la produzione risulta distribuita tra centinaia di impianti di piccola scala e proprietà diverse, con una struttura che rende più complesso generare massa critica, stipulare contratti di lungo periodo e coordinare le diverse fasi della catena del valore: dalla raccolta delle biomasse all’upgrading, dall’immissione in rete alla commercializzazione, fino alla certificazione della sostenibilità. Una debolezza che pesa ancora di più in un contesto segnato da obblighi crescenti di tracciabilità e certificazione previsti dalla normativa europea e nazionale.
In questo contesto, chiarisce Maccarrone, gli incentivi restano necessari “dal momento biometano continua a scontare un divario di costo rispetto al gas fossile”, ma occorre intervenire anche sulle condizioni industriali e di mercato. “Serve una visione strategica di lungo periodo da parte del policy maker – chiarisce il curatore dello studio – che riduca l’incertezza, favorisca gli investimenti e supporti uno sviluppo organico del mercato”.
Accanto al biometano, il report analizza anche l’andamento dei biocombustibili liquidi, destinati a giocare un ruolo crescente soprattutto nei trasporti. Tra il 2019 e il 2024 il consumo italiano è rimasto sostanzialmente stabile, tra 1,4 e 1,6 milioni di tonnellate, pari a meno del 4% dei consumi complessivi del settore. Nel 2024 si è però registrata una contrazione del 9% rispetto all’anno precedente, da 1,647 a 1,496 milioni di tonnellate.
All’interno del mix cresce il peso dell’HVO, l’Hydrotreated Vegetable Oil, a scapito del FAME. Il primo può essere utilizzato in purezza nei motori a combustione interna compatibili, senza modifiche tecniche, mentre il FAME resta impiegabile solo in miscela con il diesel tradizionale e in percentuali limitate. A rafforzare le prospettive dell’HVO contribuiscono anche le sinergie produttive con il SAF, il Sustainable Aviation Fuel, destinato ad acquisire maggiore rilevanza nel medio-lungo periodo per effetto degli obblighi europei sul trasporto aereo.
“I biocombustibili liquidi rappresentano uno strumento di decarbonizzazione molto promettente per i trasporti”, spiega Maccarrone, in particolare i cosiddetti “drop-in biofuels”, utilizzabili in purezza perché compatibili con i motori già presenti sul mercato. Anche in questo caso, tuttavia, la competitività resta “strutturalmente dipendente dalla disponibilità di incentivi e dal contesto regolatorio”, con una domanda sostenuta dagli obiettivi della RED III e dal pacchetto Fit for 55, che introducono obblighi di riduzione delle emissioni lungo l’intera filiera e target specifici per aviazione e marittimo.
Gli scenari al 2030 indicano per l’Italia un consumo di biocombustibili liquidi compreso tra 2,2 milioni di tonnellate l’anno nello scenario conservativo e 2,7 milioni in quello ottimistico. Al 2035 la forbice salirebbe tra 3,1 e 4 milioni di tonnellate. La crescita sarebbe trainata soprattutto dall’HVO, che nello scenario base rappresenterebbe il 75% del totale al 2030 e l’85% al 2035. Incrementi che, tuttavia, pongono anche un tema di sicurezza degli approvvigionamenti. Secondo il report, infatti, gran parte delle materie prime arriva dall’estero, con il 53% proveniente da Indonesia e Malesia. Per questo, sottolinea Maccarrone, “supportare lo sviluppo di filiere nazionali è una priorità, in chiave di sicurezza energetica”.





