Biometano, la filiera chiede nuovi incentivi e una strategia di lungo periodo

di Monica D'Ambrosio E Luigi Palumbo 27/02/2026

Secondo Legambiente e Università di Padova, la piena valorizzazione di scarti agricoli, effluenti zootecnici e forsu potrebbe consentire di superare il target del Pniec di 5,7 miliardi di metri cubi di biometano al 2030, ma servono nuovi impianti e riconversioni. La filiera chiede un nuovo ciclo di incentivi stabile e di lungo periodo, ma anche semplificazioni autorizzative, certezza del valore dell’incentivazione e un rafforzamento della domanda


Spingere la produzione di biometano da rifiuti organici e scarti agricoli e zootecnici con un nuovo ciclo di incentivi e una strategia coerente, stabile e di lungo periodo che supporti gli investimenti in innovazione e sostenibilità dei processi. È l’appello che arriva dal mondo delle imprese agricole e degli operatori del riciclo organico, in occasione del forum Legambiente sul metano verde. A fronte di una capacità produttiva attuale stimata dal Gse in 800 milioni di metri cubi, l’Italia, calcola l’associazione in un’analisi realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova, potrebbe arrivare a superare il target dei 5,7 miliardi di metri cubi al 2030 fissato dal Pniec, ma occorre accelerare la realizzazione di nuovi impianti di digestione anaerobica e la riconversione degli impianti esistenti, sia di quelli a biogas che di quelli di solo trattamento aerobico.

“La quantità di scarti disponibile è tale da permetterci di raggiungere l’obiettivo Pniec in breve tempo se sviluppassimo più impianti”, spiega Luigi Lazzaro, responsabile innovazione di Legambiente, sottolineando però che la moltiplicazione degli impianti non deve pregiudicare la sostenibilità e circolarità dei cicli di trattamento. “Gli impianti devono essere alimentati solo con gli scarti – dice – non serve coltivare prodotti agricoli a scopo energetico, ma dobbiamo valorizzare deiezioni animali, reflui, rifiuti e residui dell’agroindustria. Con questo modello che integra digestione anaerobica e produzione di digestato e compost di qualità possiamo aiutare da un lato la transizione energetica, sostituendo con il biometano il gas fossile e riducendo le emissioni in atmosfera, e dall’altro creare un prodotto fertilizzante che porta sostanza organica nei suoli aiutando l’agricoltura”.

Secondo lo studio di Legambiente e Università di Padova, la piena valorizzazione dei soli scarti e sottoprodotti agricoli basterebbe, già da sola, a raggiungere il target Pniec. Il trattamento ottimale dei soli effluenti zootecnici potrebbe generare tra i 3,5 e i 4,5 miliardi di metri cubi di biometano l’anno. Al potenziale del biometano agricolo va aggiunto quello derivante dalla digestione anaerobica dei rifiuti organici da raccolta differenziata, la forsu, che al momento fa la parte del leone. “Stimiamo che già nel 2026 più di 350 milioni di metri cubi di biometano prodotto in Italia arriverà dai rifiuti organici – osserva Massimo Centemero, direttore generale del Consorzio Italiano Compostatori – ora però la filiera va consolidata. Accanto alle azioni per promuovere la qualità del compost va rinnovato il pacchetto di azioni che, a partire dal decreto incentivi del 2018, ha consentito di avviare questo percorso. Servono iniziative per prolungare il meccanismo incentivante”.

In tema di incentivi, un contributo sensibile al percorso verso il target Pniec arriverà dal ciclo di sostegni Pnrr da 2,2 miliardi di euro, con circa 550 impianti finanziati per una capacità produttiva intorno ai 2 miliardi di metri cubi annui. Interventi che potranno giovare del prolungamento dei tempi di realizzazione recentemente disposto dal governo, che ha rinviato di 24 mesi la scadenza inizialmente fissata alla fine di giugno del 2026. Ora, avvertono però gli operatori, serve guardare oltre il Pnrr con nuovi strumenti di sostegno.

Secondo quanto anticipato nei mesi scorsi dal Ministero dell’Ambiente, sarebbe allo studio un nuovo ciclo di sostegni con avvio dal 2027, basato sulla compartecipazione tra produttori e utilizzatori industriali. Ma gli operatori del biometano chiedono di non lasciare al solo mercato la definizione degli incentivi. “I produttori hanno bisogno di garanzie sul valore dell’incentivazione, perché produrre biometano costa – avverte Roberto Sancinelli, amministratore di Montello spa – se il valore va a mercato, il rischio è non solo quello di non vedere aumentare la produzione, ma anche di perdere quella che c’è già”.

La strada del raccordo tra domanda e offerta di biometano resta però quella maestra, anche per sostenere competitività, autonomia e sostenibilità dell’industria energy intensive e hard to abate. “Il biometano resta la strada più importante per decarbonizzare il settore cartario in maniera competitiva – chiarisce il direttore generale di Assocarta Massimo Medugno – riusciamo a ridurre i consumi di metano fossile, a diversificare le fonti e a rendere il nostro settore ancora più circolare. Una soluzione win win nel segno della bioeconomia”.

Al netto della necessità di prolungare sostegni e incentivi e di favorire la domanda industriale di biometano, avvertono gli operatori, serve una strategia complessiva di lungo periodo che guardi alla semplificazione dei processi autorizzativi e degli interventi per la realizzazione degli impianti, ma anche alle condizioni necessarie a garantire la convivenza tra imprese e territori, disinnescando conflitti e nimby. “La cosa che serve di più è una chiara scelta del Paese che faccia del biometano e delle energie rinnovabili il fulcro di una politica industriale di lungo periodo – chiarisce Piero Gattoni, presidente del Consorzio italiano biogas – il tema non è solo ambientale, ma anche di sicurezza degli approvvigionamenti e di competitività. Quello che chiediamo non è solo un intervento sul sistema dei supporti, ma un chiaro indirizzo che comprenda, ad esempio, le norme per l’autorizzazione e gestione degli impianti. Impianti che devono restare a lungo sui territori in maniera positiva“.

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