Biometano, la proiezione: “Obiettivo Pniec non sarà raggiunto, serve strategia oltre il 2030”

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Luigi Palumbo
06/07/2026

Il target di 5 miliardi di metri cubi di biometano al 2030 appare ormai fuori portata. Secondo Paolo Maccarrone, Politecnico di Milano, il nuovo decreto 2027 potrà accelerare la filiera (a patto di evitare un ‘effetto Superbonus’) ma non basterà senza incentivi stabili, semplificazioni autorizzative e una strategia oltre il 2030


Il target del Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) sul biometano — 5 miliardi di metri cubi di capacità produttiva annua entro il 2030 — rischia di restare fuori portata. Non perché la filiera sia ferma. Al contrario, il settore ha beneficiato negli ultimi anni di una spinta importante grazie ai diversi cicli di incentivi pubblici, non ultimo quello finanziato dal Pnrr. Ma la distanza tra la capacità produttiva attuale, quella realisticamente attivabile nei prossimi anni e il traguardo fissato dalla pianificazione nazionale resta ampia.

Secondo l’ultimo report del Team Energy & Strategy del Politecnico di Milano, l’Italia avrebbe superato di poco il miliardo di standard metri cubi annui di capacità produttiva (sommando sia gli impianti già attivi che quelli in via di realizzazione). Un dato significativo, che colloca il Paese tra i principali produttori europei, ma ancora lontano dai volumi previsti dal Pniec . Anzi, “è quasi certo che l’obiettivo dei 5 miliardi di metri cubi non sarà raggiunto entro il 2030”, ha spiegato Paolo Maccarrone, docente del Politecnico di Milano, intervenendo a Ricicla.tv.

Il Pnrr ha avuto un ruolo determinante, sostenendo nuovi investimenti che, almeno nello scenario più favorevole, potrebbero portare la capacità produttiva nazionale verso una quota compresa tra 2,7 e 2,9 miliardi di metri cubi annui. Più realisticamente, però, guardando agli impianti la cui costruzione è realmente iniziata, la capacità effettiva potrebbe fermarsi tra 2,3 e 2,5 miliardi.

Il nuovo decreto incentivi allo studio del Ministero dell’Ambiente, che dovrebbe vedere la luce nel 2027, potrebbe imprimere un’ulteriore accelerazione. Ma i tempi tecnici — dall’adozione del provvedimento allo svolgimento delle aste, fino alla realizzazione degli impianti — rendono improbabile il raggiungimento dei 5 miliardi entro la fine del decennio. “Possiamo pensare che, se il dm 2027 arriva all’inizio del 2027 e si inizia a fare qualche asta, forse potremmo arrivare attorno ai 3-3,5 miliardi. Ma ai 5 no”, ha osservato Maccarrone.

A pesare non sono solo i tempi. Una corsa concentrata in pochi anni rischierebbe infatti di produrre tensioni lungo tutta la catena di realizzazione degli impianti. “L’accelerazione comporta il rischio di un’impennata del costo dei materiali necessari per la costruzione degli impianti, in modo simile a quanto accaduto con il Superbonus 110%”, ha spiegato Maccarrone. “Una domanda improvvisa porterebbe all’aumento dei prezzi, ma anche a una penuria di soggetti in grado di costruire gli impianti, oppure all’ingresso nel settore di operatori meno qualificati”.

In definitiva, più che inseguire l’ennesima accelerazione sulla strada verso il Pniec , l’invito è a definire già da subito una strategia che guardi oltre il 2030. Una strategia che chiarisca quale ruolo dovrà avere il biometano nel mix energetico nazionale e come sostenere gli investimenti nel medio-lungo periodo. “Dobbiamo lasciare perdere l’obiettivo Pniec 2030, guardare oltre e capire se, al di là di quell’obiettivo, abbiamo veramente voglia e risorse per investire in questo comparto e farlo crescere nel medio-lungo termine”, ha detto Maccarrone.

Una crescita che resta fondamentale sia per tenere l’Italia agganciata ai processi di decarbonizzazione della produzione e del consumo di energia, sia per fare del biometano una leva di autonomia strategica, nell’ottica di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili di importazione. Anche qui, però, serve chiarezza. “Abbiamo un tema di indipendenza a livello nazionale, però dobbiamo anche tenere presente che al momento il costo del biometano è più elevato” rispetto al metano fossile, ha spiegato Maccarrone. “Il tema cruciale è capire come potrebbero evolvere i costi di produzione in futuro e, se si decide di investire su questa strada, chi dovrà sopportare questi extracosti”.

Accanto al rinnovo delle misure di supporto economico, lo sviluppo del biometano non può prescindere da un intervento coordinato sugli ostacoli di natura regolatoria e burocratica, a partire dal tema delle autorizzazioni. Il nodo è particolarmente evidente per gli impianti alimentati da rifiuti organici urbani, dove la complessità dei procedimenti può incidere in modo rilevante sui tempi di realizzazione. Per questi impianti, ha ricordato Maccarrone, “ci sono più di una ventina di enti coinvolti a livello autorizzativo”. Un fattore che rallenta la messa a terra degli investimenti e aumenta l’incertezza per gli operatori.

Il biometano resta dunque una leva importante per decarbonizzazione, sicurezza energetica ed economia circolare. Ma per diventare una componente strutturale del sistema energetico italiano non basta porsi obiettivi ambiziosi. Servono strumenti coerenti, tempi compatibili con gli investimenti e una politica industriale capace di andare oltre la scadenza del 2030. “Bisogna capire se ci si crede o no”, ha concluso Maccarrone. “Se si vuole veramente puntare sul biometano, serve dimostrarlo con una strategia di lungo periodo, che canalizzi anche i finanziamenti opportuni e consenta ritorni agli investimenti interessanti per gli operatori”.

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