Dal Golfo ai digestori: così il biometano può tagliare le importazioni di GNL dal Qatar

di Luigi Palumbo 02/03/2026

La crisi nello Stretto di Hormuz riaccende il tema della sicurezza energetica italiana e della dipendenza dal GNL qatariota, che nel 2025 ha superato i 5 miliardi di metri cubi. Secondo le stime Legambiente–Università di Padova, il biometano potrebbe superare i 5,7 miliardi di metri cubi al 2030, arrivando a compensare volumi equivalenti alle attuali importazioni dal Qatar


Il biometano generato dal recupero di rifiuti organici e scarti agricoli e zootecnici potrebbe sostituire entro il 2030 le attuali importazioni italiane di gas naturale liquefatto dal Qatar. Contribuendo non solo a decarbonizzare il mix energetico nazionale ma anche a metterlo in sicurezza dai venti di guerra che agitano il medio oriente, e che in queste ore tornano a mandare in fibrillazione il mercato dell’energia fossile, con ripercussioni sui paesi che importano petrolio e gas naturale dai grandi produttori del Golfo Persico. Italia in testa.

La risposta dell’Iran all’attacco lanciato nella notte di venerdì 27 febbraio da USA e Israele non si è fatta attendere, e non solo sul piano militare. Com’era atteso, il regime di Teheran ha ordinato la chiusura dello stretto di Hormuz, il principale ‘choke point’ del commercio mondiale di prodotti energetici dal quale secondo i dati di US Energy Information Administration (EIA) riferiti al 2023, transita oltre un quarto del petrolio scambiato via mare a livello globale e circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (gnl). Inclusi i flussi diretti dal Qatar all’Italia, che nel 2025 secondo il Ministero dell’Ambiente hanno superato di poco i 5 miliardi di metri cubi, pari al 24,4% dei 20,9 miliardi di metri cubi complessivamente importati.

Anche se al momento Hormuz non risulta ancora completamente interdetto al traffico, sono decine le navi ferme da una parte all’altra dello stretto, il Qatar ha interrotto i trasferimenti di petrolio e gnl e le principali compagnie di navigazione – come Maersk o Msc – hanno già comunicato la sospensione dei passaggi nella regione.

A partire dal 2022 il rafforzamento del ruolo del Qatar ha consentito all’Italia di compensare la contrazione delle forniture russe di gas naturale, ma ha anche spostato l’asse della dipendenza verso una direttrice geopoliticamente sensibile e sempre più instabile. Tanto più alla luce delle dichiarazioni del presidente USA Donald Trump secondo cui le operazioni militari contro l’Iran potrebbero andare avanti per diverse settimane.

Sul campo della riduzione delle importazioni e dei consumi di gas fossile, insomma, non si gioca solo la partita della decarbonizzazione del sistema energetico italiano ma anche quella dell’autonomia strategica del paese. Che può trovare nel gas rinnovabile prodotto dalla digestione anaerobica dei residui organici un canale di approvvigionamento sicuro e stabile, capace, in prospettiva, di arrivare quasi ad azzerare le importazioni da quello che, dopo gli Stati Uniti (oltre 9 miliardi di metri cubi nel 2025), resta al momento il nostro principale fornitore di gnl.

Secondo un’analisi di Legambiente realizzata con l’Università degli Studi di Padova, a fronte di una capacità produttiva attuale stimata dal Gse in 800 milioni di metri cubi, l’Italia potrebbe superare entro il 2030 il target dei 5,7 miliardi di metri cubi fissato dal Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec). La piena valorizzazione dei soli scarti e sottoprodotti agricoli basterebbe, già da sola, a raggiungere l’obiettivo. Il trattamento ottimale degli effluenti zootecnici potrebbe generare tra 3,5 e 4,5 miliardi di metri cubi l’anno, a cui si somma il contributo della forsu, la frazione organica dei rifiuti urbani, che oggi rappresenta la componente più strutturata della filiera: secondo il Consorzio italiano compostatori, nel 2026 il recupero della forsu contribuirà con più di 350 milioni di metri cubi alla produzione nazionale di biometano.

Il salto dimensionale, tuttavia, non è automatico. Come emerso nei giorni scorsi in occasione del forum biometano di Legambiente, occorre accelerare la realizzazione di nuovi impianti di digestione anaerobica, riconvertire quelli a biogas e trasformare parte degli impianti di trattamento aerobico in piattaforme integrate capaci di produrre biometano, digestato e compost di qualità.

Il Pnrr ha impresso un’accelerazione decisiva, con 2,2 miliardi di euro destinati al settore e circa 550 impianti finanziati per una capacità produttiva stimata intorno ai 2 miliardi di metri cubi annui. Volumi che tuttavia, anche se sommati a quelli già disponibili, coprono solo la metà circa del target al 2030. Senza un quadro stabile oltre il 2026, il rischio è che la traiettoria di crescita si interrompa proprio nella fase in cui dovrebbe consolidarsi. Accanto agli incentivi, restano i nodi legati ai tempi delle autorizzazioni e all’accettabilità sociale degli impianti. Temi da mettere al centro di una strategia complessiva di lungo periodo. “La cosa che serve di più è una chiara scelta del Paese che faccia del biometano e delle energie rinnovabili il fulcro di una politica industriale di lungo periodo – ha osservato Piero Gattoni, presidente del Consorzio italiano biogas – il tema non è solo ambientale, ma anche di sicurezza degli approvvigionamenti e di competitività”.

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