Secondo il Politecnico di Milano nel 2025 l’economia circolare italiana ha generato 18,3 miliardi di euro di risparmi e ridotto le emissioni di 2,6 milioni di tonnellate di CO₂. Cresce la maturità delle imprese, ma gli investimenti restano insufficienti rispetto al potenziale stimato al 2030. I cittadini conoscono la circolarità, ma la adottano ancora poco: la sfida è colmare il divario tra percezione e azione
Crescono i benefici economici e ambientali dell’economia circolare italiana. Nel 2025 le iniziative di riduzione dei consumi e recupero di risorse adottate dalle imprese dello Stivale hanno fatto risparmiare al sistema produttivo nazionale oltre 18,3 miliardi di euro, garantendo un taglio delle emissioni climalteranti di circa 2,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente su base annua. Stando all’ultimo Circular Economy Report del gruppo di lavoro Energy&Strategy del Politecnico di Milano, dopo il rallentamento dello scorso biennio nel 2025 il contributo delle strategie di circolarità alla decarbonizzazione dell’economia è tornato a crescere, aumentando del 5% rispetto al 2023, mentre rispetto al 2024 il risparmio economico è cresciuto di 1,9 miliardi di euro.
Un doppio beneficio in linea con il nuovo corso delle politiche industriali dell’Ue, che puntano a tenere assieme riduzione delle emissioni e competitività industriale, tuttavia ancora lontano dal potenziale stimato al 2030, quando secondo il Polimi l’economia circolare potrebbe garantire risparmi per 119 miliardi di euro e un taglio delle emissioni di circa 16,8 milioni di tonnellate di CO2. La direzione è quella giusta, rileva insomma il Polimi, ma il passo va cambiato. Per colmare un divario di circa 100 miliardi di euro in termini di risparmi potenziali, pari a 16,8 miliardi in più su base annua rispetto a quelli registrati nel 2025, serve quasi decuplicare il volume degli investimenti pubblici e privati messi in campo.
Complessivamente, rileva il Polimi, il grado di maturità media nell’adozione dell’economia circolare è di 3,1 su 5, mentre nel 2024 era di 2,2. Segno di “un ecosistema in evoluzione, in cui l’economia circolare sta passando da una fase di sperimentazione a una fase di consolidamento”. Una tendenza che emerge con chiarezza nei comparti dell’energia da rifiuti e biomasse, imballaggi, arredamento, tessile e autoveicoli, mentre settori come alimentare e materiali da costruzione “presentano ancora margini di crescita”. Le pratiche adottate spaziano dal design sostenibile ai servizi circolari, fino al ciclo tecnico e biologico, “segnalando un approccio sempre più integrato lungo l’intera filiera produttiva”.
Stando all’indagine del Politecnico, condotta su un campione di 320 operatori economici, il 43% degli investimenti è risultato compreso tra 50 e 150 mila euro, mentre in meno del 5% dei casi il valore mobilitato ha superato i 500 mila euro, con tempi di ritorno che nell’80% dei casi non superano i 36 mesi. Un transizione che avanza, insomma, ma che resta caratterizzata da “approcci incrementali”, rileva il Polimi, segnati dall’introduzione graduale delle pratiche di circolarità per valutarne l’efficacia e ridurre i rischi. Segno che nella percezione delle imprese l’economia circolare non è più una scommessa, ma al tempo stesso non può ancora definirsi una certezza.
Un gap da colmare anche agendo sulle leve regolatorie. Se a livello europeo i riflettori restano puntati sull’annunciato Circular Economy Act, previsto per il 2026, a livello nazionale, osserva il Polimi, l’attuazione della Strategia Nazionale sull’Economia Circolare del 2022 ha introdotto importanti novità in ambito di Criteri Ambientali Minimi (CAM) e Regolamenti End-of-Waste, “le principali leve” per promuovere lo sviluppo dell’economia circolare in Italia, a patto di semplificare e velocizzare le procedure di applicazione e implementazione da affiancare, soprattutto nel caso dei CAM, a misure di supporto alle imprese attraverso meccanismi incentivanti. “Luce verde”, scrive il Polimi, anche per gli investimenti Pnrr sulle filiere ‘faro’ dell’economia circolare, con 400 milioni di euro allocati (sui 600 disponibili) e 171 progetti avviati sui 187 ammessi a finanziamento. L’auspicio, oltre a quello di veder concluse le opere entro la deadline del giugno 2026, è che “le iniziative promosse all’interno del Piano possano trovare continuità attraverso nuove forme di incentivazione e canali di finanziamento” anche dopo la fine del Pnrr.
Se le aziende stanno integrando la circolarità in maniera sempre più strutturale nei loro piani di business, lo scenario si fa più sfumato quando si guarda ai cittadini. Stando a un sondaggio realizzato con DOXA su circa 3.000 individui, il 60% dichiara di conoscere l’economia circolare, ma solo il 20% sa che l’Italia è prima in Europa per riciclo dei rifiuti. Ancora più basso il livello di consapevolezza della leadership nazionale su più fronti dell’economia circolare, che scende al 17% del campione, meno della metà di chi invece non lo ritiene credibile (35%).
Un misto di scetticismo e scarsa consapevolezza che si riflette in parte anche sulle scelte di consumo: più di un cittadino su due (il 54%) continua a preferire l’acquisto di prodotti nuovi, mentre il 46% del campione sceglie modalità di consumo circolari come l’acquisto di usato (16%), ricondizionato (17%), noleggio (3%), leasing (2%) o sharing (3%), motivato principalmente da logiche di risparmio economico (41%). La sfida futura, scrive il Polimi, “sarà quella di ridurre il gap tra percezione e azione” incentivando l’adozione di pratiche di consumo circolare con strategie educative, incentivi fiscali, garanzie di qualità e campagne mirate.


