L’accordo sui dazi tra USA e Ue non include acciaio e alluminio, per i quali resta una tariffa del 50% a esclusione del rottame metallico, al centro delle preoccupazioni europee. Bruxelles teme che l’aumento dell’export di scarti verso gli USA aggravi la carenza interna, ostacolando la decarbonizzazione dell’industria. Per questo la Commissione ha avviato un sistema di monitoraggio dei flussi e valuta restrizioni all’export. Ma i riciclatori del Vecchio Continente non ci stanno
L’accordo sui dazi USA del 15% raggiunto nella serata di domenica in Scozia tra il presidente Donald Trump e la numero uno della Commissione europea Ursula von der Leyen non riguarderà acciaio e alluminio, per i quali continuerà a valere il regime tariffario applicato da Washington a partire dallo scorso 2 giugno, con un sovrapprezzo del 50% sulle importazioni. L’obiettivo, ha dichiarato von der Leyen, è quello di ridurli ulteriormente, ma per il momento i dazi restano e interessano un ampio ventaglio di prodotti realizzati nei due metalli, fatta però eccezione per il rottame, per il quale dovrebbe valere la più ‘conveniente’ tariffa di base concordata domenica e che per questo resta sotto i riflettori dell’Ue.
Il timore di Bruxelles è che l’esclusione di rifiuti e sottoprodotti metallici dal novero dei beni sui quali si applicano i dazi USA al 50% possa spingere l’industria statunitense ad acquistarne quote maggiori dai fornitori Ue, pagando prezzi più alti e aumentando così “l’incentivo a esportare all’estero”. Cosa che secondo la Commissione “potrebbe peggiorare ulteriormente” un trend già caratterizzato “dalla ‘fuga di rottame’ verso paesi terzi” e dalla conseguente “diminuzione della disponibilità di rottami metallici” per l’acciaio e dell’alluminio made in Ue. Un ostacolo al percorso di decarbonizzazione dell’industria continentale, già sferzata dai “forti venti contrari sul mercato globale”, ha scritto Bruxelles nel piano d’azione sui metalli lanciato lo scorso marzo. Un riferimento non solo dazi, ma anche all’overcapacity mondiale e al dumping alimentato dai “sussidi distortivi” di paesi come Cina e India.
Anche per questo, nello scenario incerto e turbolento che avvolge l’industria del Vecchio Continente, tra tensioni commerciali e crisi di competitività, la Commissione europea ha annunciato l’avvio di un sistema di sorveglianza alla frontiera per monitorare i flussi di rifiuti e sottoprodotti in ferro, alluminio e rame in ingresso e in uscita dagli Stati membri. L’obiettivo, ha chiarito Bruxelles in una nota, è quello di “raccogliere informazioni più strutturate e dettagliate – si legge – per adottare misure commerciali mirate a garantire un approvvigionamento sufficiente di rottami e prevenirne la scarsità, rafforzando così la resilienza e la sostenibilità delle industrie metallurgiche dell’Ue”. Informazioni che dovranno servire a valutare entro la fine di quest’anno l’eventuale introduzione di restrizioni alle esportazioni, come annunciato nel piano d’azione sui metalli.
Considerazioni che sembrano accogliere gli appelli lanciati dalle associazioni europee dei produttori di alluminio e acciaio, ma che cozzano invece con lo scenario descritto dai riciclatori. Secondo EuRIC, principale sigla continentale delle imprese del recupero di materia, infatti, “in Ue non c’è carenza di rottame ferroso” e il 20% esportato in media ogni anno è “il surplus che l’industria non riesce ad assorbire, non una fuga” verso mercati più convenienti. Anche sul fronte dell’alluminio gli approvvigionamenti non sarebbero a rischio, visto che il “70-80% di tutto l’alluminio riciclato trova collocazione sul mercato dell’Ue”, chiarisce EuRIC, e che una quota significativa dell’export è rappresentato da ‘zorba’, un rifiuto metallico misto a prevalenza alluminio per il quale la domanda interna non è sufficiente ad assorbire tutte le quantità in uscita dagli impianti di trattamento.
E se da un lato nel piano d’azione sui metalli Bruxelles ha chiarito che nelle proprie valutazioni terrà conto anche della “sostenibilità economica delle imprese del riciclo”, è abbastanza evidente come l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen si sia fin qui dimostrato più sensibile agli allarmi della grande industria siderurgica e metallurgica che ai numeri forniti dai riciclatori. Tant’è che contestualmente all’annuncio dell’avvio del sistema di monitoraggio sugli scambi, la Commissione ha chiarito che continuerà “a collaborare con gli stakeholder industriali anche per determinare se e come migliorare ulteriormente la classificazione dei rottami in categorie chiave”. Ad esempio includendoli nella lista delle materie prime critiche e strategiche, proprio come chiesto dall’associazione europea degli acciaieri Eurofer e come l’Italia, tra l’altro, ha già scelto di fare all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, attivando misure di limitazione dell’export di rottame ferroso in vigore fino al 31 dicembre 2026.


