Decreto ‘terra dei fuochi’, più di un impianto su due rischia il carcere

di Luigi Palumbo 16/09/2025

rottami metallici

Il decreto ‘terra dei fuochi’, all’esame del Senato, introduce pene detentive anche per irregolarità lievi nella gestione dei rifiuti, colpendo soprattutto imprese lecite e produttori. Più del 50% degli impianti di trattamento, secondo il Sistema Nazionale di Protezione Ambientale, rischia condanne penali. “Se il decreto non verrà corretto – avvertono gli esperti – avremo gravi contraccolpi sugli investimenti nel settore e una paralisi per chi opera legalmente”


C’è già chi lo considera un requiem per le imprese di gestione dei rifiuti, ma anche per le aziende piccole e medie che i rifiuti li producono, dalle manifatture tessili agli opifici meccanici. Il decreto ‘terra dei fuochi’ all’esame del Senato, con l’inasprimento del quadro sanzionatorio in materia di abbandono e gestione non a norma di rifiuti, nuovi delitti al posto delle vecchie contravvenzioni e pene detentive anche per le condotte colpose, rischia di assestare un colpo mortale più alle imprese lecite che alle organizzazioni criminali che agiscono impunemente nei territori tra le province di Napoli e Caserta. “Temo che la gran parte delle aziende non abbia ancora preso coscienza del fatto che sarà sufficiente condurre un deposito temporaneo in difformità rispetto alle prescrizioni del codice ambientale per rischiare la galera”, ha spiegato Tiziana Cefis, consulente ambientale per TeA Consulting, in occasione di un digital talk di Ricicla.tv.

Per avere un’idea di quanto concreto sia il rischio di finire dietro le sbarre bastano i numeri dell’ultimo rapporto SNPA sui controlli condotti negli impianti di gestione dei rifiuti: su 1.104 ispezioni effettuate tra 2019 e 2022, solo il 45,7% dei casi ha dimostrato piena conformità. Più di un gestore su due, insomma, oggi rischia una condanna al carcere. Le irregolarità di rilievo penale più diffuse? Quelle legate alla gestione non conforme delle aree di stoccaggio. Prima del decreto ‘terra dei fuochi’ per estinguerle, nei casi meno gravi, bastava pagare una sanzione e adeguare l’impianto alle prescrizioni degli organi di controllo. Dallo scorso 9 agosto, invece, le pene sono diventate esclusivamente detentive. Ridotte, in caso di inosservanza delle prescrizioni, ma sempre di galera si parla. Anche per condotte colpose o che non abbiano messo a rischio salute umana e qualità delle matrici ambientali.

Un inasprimento, ha spiegato Cefis, “che interesserà non solo i gestori di rifiuti ma anche i produttori iniziali che non rispettino i limiti del deposito temporaneo”. Soprattutto nelle fasi, decisamente ricorrenti in Italia, nelle quali il mercato del recupero e dello smaltimento non sia capace di assorbire i rifiuti in uscita dagli impianti. Come accade ciclicamente per gli pneumatici a fine vita rimossi da gommisti e officine auto, ad esempio, o come sta succedendo nelle ultime settimane agli impianti di gestione dei rifiuti tessili e degli abiti usati, nel pieno di una crisi senza precedenti legata anche e soprattutto alla saturazione degli sbocchi di mercato per tutte le frazioni. “Tutti in carcere, mentre i veri criminali ambientali se la ridono” osserva amaro Andrea Fluttero, presidente di Unirau, associazione dei recuperatori di indumenti usati, secondo cui il decreto “colpisce a morte gli imprenditori che hanno creduto ed investito tempo, passione e risorse nell’economia circolare. Una pagina davvero triste”.

Il contraccolpo sugli investimenti in nuovi impianti di gestione dei rifiuti potrebbe essere pesantissimo. “Non riesco più a immaginare chi in Italia, alla luce di quanto è scritto nel decreto, possa voler aprire un nuovi impianti di trattamento o investire per migliorare quelli già esistenti”, ha detto Alfonso Gifuni, presidente della Confederazione Autodemolitori Riuniti. Il paradosso è che non è detto che le nuove misure aumentino l’efficacia dell’azione di contrasto a smaltimenti abusivi e traffici illeciti. “La ‘terra dei fuochi’ – ha spiegato – ha creato una necessità reale e innegabile, ma andava combattuta in altro modo. Non con un inasprimento delle norme che colpisca indiscriminatamente tutti, ma con un potenziamento delle attività investigative. Ci ritroviamo oggi con un provvedimento che invece quasi stravolge il sistema del diritto. Se la norma non verrà emendata per riportare un po’ di equilibrio, almeno negli aspetti essenziali, ci sarà poco da fare: o facciamo le barricate in piazza oppure ce ne andiamo tutti a casa“.

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