La Conferenza ha dato il via libera al decreto epr tessile, ma chiede al governo di includere nelle coperture del regime anche i costi di gestione degli scarti di selezione e di avviare un monitoraggio successivamente all’entrata in vigore del regolamento
La Conferenza unificata dice sì allo schema di decreto ministeriale per l’istituzione della responsabilità estesa del produttore (o epr) nel settore tessile. Un via libera non senza raccomandazioni al governo. E non si tratta di sollecitazioni di poco conto, visto che riguardano soprattutto la dimensione economica del futuro regime epr.
Pur concedendo il proprio nulla osta al provvedimento, la Conferenza – l’organismo di confronto e cooperazione istituzionale composto dai membri della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città ed autonomie locali – ha infatti chiesto all’esecutivo di “rivedere il perimetro dei costi della raccolta differenziata dei tessili sostenuti dai Comuni, da porre a carico dei produttori, in sede di recepimento della direttiva 2025/1892”. Vale a dire la revisionata direttiva quadro rifiuti, che ha istituito l’obbligo della responsabilità estesa del produttore per il settore tessile in tutta Europa e che l’Italia dovrà trasporre nel proprio ordinamento entro il 17 giugno 2027.
La richiesta, proseguono le raccomandazioni della Conferenza, serve a “individuare una copertura integrale dei costi connessi alla gestione integrata della raccolta dei rifiuti tessili, in modo da rispettare il dettato normativo in materia di responsabilità estesa del produttore”. Come Ricicla.tv ha potuto ricostruire dai documenti presi in esame in Conferenza, quello dei costi è stato uno dei principali nodi nel confronto tra Regioni, Comuni e governo. Cosa che evidenzia, di fatto, quanto sia delicato, per il nuovo sistema di epr, stabilire chi debba pagare e cosa.
Nelle richieste di modifica al decreto epr, l‘Associazione dei Comuni italiani aveva infatti provato ad allargare il perimetro delle spese messe a carico dei produttori includendo tra i costi coperti dall’epr anche quelli relativi al “trattamento degli scarti delle operazioni di selezione”. Una richiesta che però non è stata accolta, poiché secondo l’esecutivo sarebbe in contrasto con la base giuridica su cui poggia il nuovo regolamento, vale a dire quella già definita dal Testo unico ambientale. Gli articoli sulla responsabilità estesa elencano infatti in modo puntuale e preciso le voci di costo che, nell’ambito dell’epr, possono essere coperte dall’eco-contributo versato dai produttori e l’elenco non include la gestione degli scarti.
“Un ampliamento dei costi – ha osservato per questo il governo – è rischioso da un punto di vista di rapporto tra le fonti”. La porta, però, non è del tutto chiusa: l’esecutivo, si legge infatti nella documentazione, non preclude “una revisione del perimetro dei costi a carico del regime, con particolare riguardo ai costi del trattamento degli scarti delle operazioni di selezione” all’atto del recepimento della nuova direttiva Ue, “secondo quanto risulterà dagli approfondimenti tecnici che saranno condotti anche con il coinvolgimento di Anci”.
Il tema della copertura dei costi è in effetti spinoso. Da tempo gli operatori della valorizzazione dei tessili post consumo denunciano una situazione di disequilibrio economico dovuta a una combinazione di fattori: da un lato l’entrata in vigore dell’obbligo di raccolta differenziata per i rifiuti tessili urbani ha portato a un aumento delle quantità da trattare, dall’altro, invece, gli addetti alla selezione e riutilizzo si sono scontrati con un materiale sempre più scadente dovuto all’arrivo massiccio, sui mercati nazionali e Ue, di prodotti a basso costo fast e ultra fast fashion. Cosa che ha fatto crollare i ricavi del riutilizzabile e crescere i costi di gestione delle frazioni a minore o nullo valore aggiunto. Diseconomie che stanno impattando anche su bilanci e logistica dei servizi di raccolta differenziata urbana. Da qui la spinta di Anci per una maggiore copertura dei costi attraverso l’epr, rimandata eventualmente dal governo al recepimento della direttiva rifiuti.
Altro tema di confronto in sede di Conferenza quello dei nuovi obiettivi di raccolta differenziata dei rifiuti tessili. Le Regioni avrebbero voluto legare i target ai quantitativi di prodotti immessi sul mercato italiano, mentre il governo – “all’esito di un approfondimento tecnico condotto in collaborazione con l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA)” – ha preferito conservare come base di calcolo i rifiuti tessili effettivamente prodotti, considerando in quest’ultimo caso i dati come più attendibili. “La quantificazione della produzione dei rifiuti tessili può essere effettuata sulla base di metodologie maggiormente robuste, attraverso la sommatoria dei quantitativi raccolti in modo differenziato e della quota di frazione tessile presente nel rifiuto urbano indifferenziato, quest’ultima stimabile mediante le analisi merceologiche periodicamente effettuate da ISPRA con copertura dell’intero territorio nazionale”.
Sempre in tema di obiettivi vincolanti le Regioni avevano inoltre chiesto l’introduzione di specifici target per la preparazione al riutilizzo e il riciclo, ma anche questa richiesta è stata considerata non accoglibile poiché “sotto il profilo industriale di mercato, l’immediata introduzione di livelli prestazionali più elevati in materia di preparazione per il riutilizzo potrebbe incidere sull’assetto operativo degli operatori economici”. In ogni caso, ha chiarito il governo, “ la formulazione attuale, non esclude la possibilità di specifici obiettivi per la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio, sicché la flessibilità della disposizione consente di graduare l’intervento in considerazione delle esigenze industriali”. Insomma, prima bisognerà garantire il funzionamento delle filiere e poi potranno essere definiti i target.
Al netto dei nodi emersi durante i lavori sul regolamento epr, l’interlocuzione tra gli enti riuniti in Conferenza ha in ogni caso restituito i suoi frutti: il governo porta a casa un prezioso via libera allo schema di decreto. Accanto alla raccomandazione sulla copertura dei costi, tuttavia, la Conferenza ha chiesto anche l’avvio di un monitoraggio “entro sei mesi dall’entrata in vigore del provvedimento e successivamente con cadenza annuale”, con riferimento particolare agli accordi di programma per la raccolta, alla copertura territoriale, agli indicatori di riutilizzo effettivo e ai costi sostenuti dal servizio pubblico. Per l’approvazione definitiva del provvedimento, prevista entro l’anno, ora si attende il via libera del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti.





