Il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi segna un cambio di paradigma, ma arriva all’applicazione con molte incognite. Dalle linee guida tardive agli atti delegati mancanti, cresce l’incertezza per le imprese in vista della scadenza del 12 agosto. “Le imprese hanno bisogno di capire concretamente come conformarsi”, evidenzia il segretario generale di Europen Francesca Siciliano Stevens
Il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi si avvicina alla prima scadenza applicativa. Dal prossimo 12 agosto gli Stati membri dovranno adeguarsi al netto cambio di paradigma in materia di progettazione, consumo e gestione a fine vita del packaging. Una transizione che sta già obbligando l’industria a programmare investimenti, ripensare il design degli imballaggi e adeguare processi produttivi, ma senza disporre ancora di un quadro tecnico pienamente definito e, per di più, in un contesto segnato da crisi energetica, tensioni sugli approvvigionamenti e competitività sotto pressione. È il nodo che Francesca Siciliano Stevens, segretario generale di Europen, mette al centro del suo colloquio con Ricicla.tv: la transizione è partita, ma rischia di essere frenata da ritardi attuativi, chiarimenti tardivi e una frammentazione interpretativa che può colpire il cuore stesso del mercato unico nel momento di maggiore fragilità.
Il problema di fondo, spiega Stevens, è che “il testo è stato scritto molto rapidamente”, figlio di una fase di grande accelerazione sui dossier del primo green deal. E il punto, aggiunge, è che “quando si fanno le cose molto in fretta, spesso si tralasciano quelli che sembrano dettagli, ma che in realtà sono degli aspetti fondamentali di cui le imprese hanno bisogno proprio per capire concretamente” come conformarsi agli obblighi. In altre parole: il regolamento c’è, ma in molti punti mancano ancora le istruzioni operative necessarie a tradurlo in scelte industriali certe.
La pubblicazione, nei giorni scorsi, di una prima guidance della Commissione europea accompagnata da un pacchetto di FAQ non ha dissipato questi dubbi. Anzi, a giudizio di Europen i chiarimenti arrivano troppo tardi e restano largamente insufficienti. “Le imprese hanno qualche elemento in più, ma pochissimi, e comunque con un colpevole ritardo da parte della Commissione per un documento che avrebbe dovuto essere adottato già almeno un anno fa”, sostiene il segretario generale dell’associazione. Il calendario, del resto, è stretto: alcuni obblighi scatteranno già dal 12 agosto 2026, mentre molti strumenti attuativi indispensabili per orientare le scelte industriali non sono ancora disponibili.
Esempio paradigmatico è il divieto generalizzato di utilizzo dei PFAS negli imballaggi destinati al contatto con alimenti, che scatterà già da agosto di quest’anno. Il problema, però, è che “ad oggi non esiste una metodologia armonizzata per testare la presenza di PFAS negli imballaggi”. Non solo. Secondo quanto riferisce Europen, alcuni Stati membri avrebbero già fatto sapere che non seguiranno necessariamente l’approccio indicato dalla Commissione nelle guidance non vincolanti pubblicate qualche giorno fa. Come se non bastasse, “in Europa manca anche la capacità tecnica di test per effettuare verifiche su tutti gli imballaggi che dovranno essere immessi sul mercato”. Il rischio, di nuovo, è quello di una “totale incertezza per le imprese” e di una nuova frammentazione del mercato unico proprio mentre gli obblighi si avvicinano.
Un’incertezza che si allunga anche su un’altra delle scadenze del regolamento, meno ravvicinata, ma in termini industriali di fatto dietro l’angolo: l’obbligo di riciclabilità per tutto il packaging immesso sul mercato Ue a partire dal 1 gennaio 2030. È uno dei fulcri della nuova disciplina, ma anche uno degli ambiti in cui l’incertezza è maggiore. I criteri tecnici che dovranno stabilire quando un imballaggio può dirsi riciclabile saranno definiti solo nei prossimi anni – “entro il 2028”, spiega Stevens – mentre le imprese devono decidere oggi come riprogettare i propri prodotti. “Modificare il design dell’imballaggio è una cosa complicatissima che richiede molto tempo”, avverte, ricordando che in settori come alimentare e farmaceutico ogni variazione richiede verifiche, approvazioni e procedure che non si esauriscono in pochi mesi. Il rischio è evidente: più tardi arrivano i criteri, più si restringe la finestra utile per adeguarsi, fino a mettere in difficoltà la stessa capacità di investimento delle imprese.
Non meno delicata è la questione dell’etichettatura. Il regolamento punta, almeno nelle intenzioni, a introdurre un sistema armonizzato a livello europeo per superare la proliferazione di testi, lingue e codifiche nazionali che oggi ostacolano la circolazione degli imballaggi. “Il regolamento finalmente introduce un’etichettatura armonizzata a livello europeo nella forma di pittogrammi”, ricorda Siciliano Stevens. Ma è proprio qui che, secondo Europen, si registra una contraddizione significativa: le proposte tecniche emerse finora continuano a raccomandare l’uso di testo e colore, con il rischio di riprodurre quelle stesse barriere che il PPWR avrebbe dovuto rimuovere. Per questo l’associazione si dice “molto perplessa” di fronte a una direzione che appare in aperta tensione con la logica del mercato unico.
Da questa lettura discende la richiesta politica avanzata da Europen: alzare il livello del confronto e affiancare ai tavoli tecnici già esistenti una sede di coordinamento più forte, capace di coinvolgere direttamente anche i governi nazionali. “Ci siamo sentiti in dovere di richiedere un tavolo di alto livello che vada al di là della semplice Commissione”, spiega Siciliano Stevens. L’attuale meccanismo, aggiunge, “evidentemente non basta”, sia per la frequenza limitata degli incontri, sia per l’incapacità di sciogliere i nodi più pesanti prima che diventino emergenze applicative. Per Europen, insomma, il tempo dei richiami generici alla semplificazione è finito: servono scelte operative che rendano davvero compatibili ambizione ambientale e praticabilità industriale. “Serve pragmatismo – dice Stevens – con l’adozione di atti delegati che siano in linea con lo spirito della ‘better regulation’ europea. Anche perché si continua a parlare di semplificazione, di rimozione degli oneri eccessivi e non necessari a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. ma per gli imballaggi, nel concreto, non sta succedendo”.
Il PPWR, però, non è un dossier isolato. Il tema si salda a una questione più ampia e strutturale: la distanza ancora enorme da un vero mercato unico dei rifiuti e del riciclo. Qui la valutazione di Europen è netta: “Siamo molto distanti, anni luce, oserei dire”. La responsabilità principale, secondo Siciliano Stevens, sta nella resistenza degli Stati membri ad armonizzare regole, criteri e sistemi di gestione, in una materia che continua a essere trattata con una logica fortemente nazionale. “Entra veramente un nazionalismo molto forte da parte di tutti gli Stati membri, ognuno abituato a fare le cose in un certo modo a casa sua”, dice. Ma in un’economia circolare che vuole reggersi su materie seconde, riciclo e autonomia strategica, questa frammentazione diventa un freno industriale prima ancora che normativo.
È in questo passaggio che il discorso incrocia il futuro Circular Economy Act, sul quale Europen ripone aspettative elevate ma accompagnate da altrettanti timori. Uno dei dossier chiave sarà quello dei sistemi di responsabilità estesa del produttore, dove l’associazione non chiede una uniformità totale dei modelli nazionali, ma un’armonizzazione dei principi di governance, a partire dalla trasparenza. “Ad oggi manca trasparenza”, denuncia Siciliano Stevens, sottolineando l’assenza di informazioni comparabili persino sugli imballaggi raccolti nei 27 Stati membri. Per l’industria, senza tracciabilità dei flussi finanziari, misurabilità dei risultati e un legame chiaro tra contributi ambientali e investimenti in raccolta e riciclo, diventa difficile costruire un sistema davvero efficiente e omogeneo.
In definitiva, il giudizio sull’orizzonte dell’industria europea degli imballaggi evita sia il catastrofismo sia l’ottimismo di maniera. “È un outlook sicuramente molto sfidante”, dice Siciliano Stevens. E non solo per il PPWR. Sul settore pesano la crisi energetica, le tensioni sugli approvvigionamenti, le difficoltà delle industrie manifatturiere e una competitività europea che resta sotto pressione. Per questo, insiste, “non basta fissare degli obiettivi, bisogna veramente agire sulle cause strutturali che ad oggi non ci permettono di andare oltre”.





