Secondo la Corte dei Conti, a fine 2024 l’Italia risultava aver versato nelle casse dell’Ue oltre 800 milioni di euro per sanzioni in materia ambientale. Segnali positivi arrivano sul fronte dei rifiuti in Campania e delle discariche abusive, mentre in materia di acque reflue il conto è destinato a farsi ancora più salato
Tra discariche non a norma, cattivo trattamento delle acque reflue e ritardi nella gestione dei rifiuti in Campania, le multe pagate dall’Italia all’Ue per le procedure d’infrazione in materia ambientale sono costate alle casse dello Stato più di 800 milioni di euro. Lo rileva la Corte dei Conti nell’ultima relazione sui rapporti finanziari con l’Unione europea, aggiornata al 31 dicembre 2024, che riporta il dettaglio delle cifre versate nelle casse di Bruxelles a titolo di penalità per i contenziosi giunti a doppia sentenza di condanna da parte della Corte di giustizia dell’Ue.
Alla fine del 2024 erano quattro le procedure per le quali l’Italia è arrivata a una seconda condanna, con sanzioni annesse per oltre 888 milioni di euro. La meno recente, quella sulle cosiddette 200 ‘discariche abusive’, è costata complessivamente più di 270 milioni di euro, tra la maxi sanzione forfettaria da 40 milioni comminata alla data della condanna del 2014 e le penalità periodiche per ogni semestre di ritardo nel risanamento dei siti in infrazione. Lo scorso dicembre il Commissario di governo per la bonifica dei siti contaminati, il generale dei Carabinieri Giuseppe Vadalà, ha inviato a Bruxelles l’ultima richiesta di stralcio per aver completato le operazioni di bonifica del sito di Chioggia. La risposta della Commissione su questo e su altri 7 siti ancora da valutare è attesa per il primo semestre di quest’anno.
Segnali incoraggianti arrivano anche dal fronte delle sanzioni per l’inefficiente gestione dei rifiuti in Campania. Pochi giorni fa la Commissione ha comunicato di aver ulteriormente ridotto, dopo averlo già fatto nel 2022, la sanzione quotidiana a carico dell’Italia, condannata nel 2015 al pagamento di una multa una tantum di 20 milioni di euro più sanzioni quotidiane da 120 mila euro per ogni giorno di ritardo nella realizzazione di un ciclo integrato capace di soddisfare il fabbisogno regionale di discarica, incenerimento e recupero della frazione organica. Dalla data della condanna, riporta la Corte dei Conti, l’Italia ha pagato sanzioni per 325,7 milioni di euro, l’importo più elevato mai versato nelle casse di Bruxelles per una procedura d’infrazione. Con la nuova riduzione accordata dalla Commissione, la sanzione quotidiana è scesa a 20 mila euro, e potrà essere estinta solo se la Campania dimostrerà di riuscire a gestire in autonomia le circa 280 mila tonnellate di rifiuti che al momento vengono smaltite fuori regione.
Decisamente più complessa, e più lontana dalla risoluzione, la più recente delle procedure d’infrazione giunta a doppia condanna, tra quelle censite dalla Corte dei Conti, quella per il mancato rispetto delle norme in materia di collettamento e depurazione delle acque reflue, costata nel 2018 una condanna a pagare 25 milioni di multa forfettaria più una penalità di oltre 30 milioni di euro per ogni semestre di ritardo nell’adeguamento di 74 agglomerati urbani ritenuti non conformi. Alla fine del 2024, calcola la Corte dei Conti, l’Italia aveva pagato poco più di 210 milioni di euro.
Secondo la Corte, sono ancora 63 gli agglomerati non conformi, di cui 10 in Calabria, 6 in Campania, 1 in Liguria, 3 in Puglia e 43 in Sicilia. Una lista alla quale, a marzo del 2025, si sono aggiunti anche altri 4 agglomerati non a norma – 3 in Sicilia e uno in Valle d’Aosta – oggetto di una nuova seconda sentenza di condanna (non inserita dalla Corte dei Conti nella sua relazione) che ha obbligato il nostro paese al pagamento di una multa una tantum da 10 milioni di euro più 13 milioni 700 mila euro per ogni semestre di ritardo nell’adeguamento. Senza dimenticare che in materia di cattivo trattamento delle acque reflue l’Italia ha aperte a suo carico anche altre due procedure d’infrazione, per un totale di oltre 900 agglomerati urbani fuorilegge localizzati soprattutto in Sicilia, Campania e Calabria.


