In un contesto caratterizzato da crescente insicurezza, il riciclo emerge come leva strategica non solo ambientale ma industriale, capace di rafforzare l’autonomia europea riducendo la dipendenza dalle materie prime importate. L’Italia si conferma tra i leader globali, ma complessivamente la domanda di riciclati resta debole. Per le imprese servono nuovi strumenti regolatori ed economici per rendere competitive le materie prime seconde
Nichel, rame e iridio. Sono solo tre delle materie prime strategiche che una startup padovana riesce a recuperare dalle acque di scarico industriali, rimettendole a disposizione di settori chiave della manifattura – dalle rinnovabili al digitale – con un sistema che ha già incassato la qualifica di progetto strategico da parte della Commissione europea. A Rende, in Calabria, già dal 2018 un impianto di digestione anaerobica produce compost e biometano dagli scarti di cucina, riducendo la necessità di importare gas naturale e fertilizzanti di sintesi da paesi esteri come il Qatar. E poi ci sono le centinaia di migliaia di tonnellate di carta, metalli, vetro, plastica e inerti che, quotidianamente, vengono trasformati in nuovi materiali per l’industria e la manifattura a ogni altezza dello Stivale, tagliando in un colpo solo le pressioni ambientali e sociali legate all’estrazione delle risorse naturali, i consumi energetici e le emissioni climalteranti dei cicli produttivi e l’esposizione alle fibrillazioni dei mercati delle materie prime. Una delle medicine per curare la febbre del pianeta è già dentro casa nostra. E si chiama riciclo.
Come calcola il comitato promotore del Global Recycling Day, la sostituzione della materia riciclata alle risorse vergini contribuisce ogni anno a tagliare 700 milioni di tonnellate di CO2, con una proiezione fino a un miliardo entro il 2030. Ma in un quadro internazionale reso incandescente da tensioni, conflitti e manovre commerciali e militari per il posizionamento geostrategico, la capacità di recuperare e reimmettere materiali nei cicli produttivi diventa anche – e forse soprattutto – un fattore di sicurezza economica e stabilità.
Una prospettiva esplicitamente integrata nel Clean Industrial Deal, la nuova strategia con cui la Commissione europea individua nella decarbonizzazione e nella circolarità dei materiali i due pilastri della futura politica economica europea, nella convinzione che solo integrando queste dimensioni sia possibile tenere il passo con i competitor globali ricchi di risorse naturali. L’obiettivo è ambizioso: raddoppiare il tasso di utilizzo circolare delle risorse nell’economia europea, portandolo dall’attuale 11,8% al 24%, e fare dell’Unione un leader globale della circolarità entro il 2030.
In questo quadro il nostro paese continua a occupare una posizione di avanguardia nel panorama continentale. “L’Italia è tra i campioni europei nel recupero di materia e nella reimmissione delle materie prime seconde nei cicli produttivi – conferma il direttore generale di Assoambiente Elisabetta Perrotta – con un tasso di utilizzo circolare della materia del 20,8%”. Quasi il doppio della media comunitaria.
In termini di riciclo complessivo dei rifiuti l’Italia si colloca stabilmente tra i leader europei, con percentuali che superano il 70% se si considerano i rifiuti speciali e con performance particolarmente elevate nelle principali filiere industriali – dalla carta all’acciaio, dall’alluminio al vetro. Risultati che riflettono una lunga tradizione industriale, che affonda le radici nella scarsità di risorse naturali e che oggi è sostenuta da filiere organizzate, sistemi consortili consolidati e una forte integrazione tra il tessuto produttivo e gli operatori del riciclo. Con punte d’eccellenza assoluta in settori come quello del biowaste o degli imballaggi.
Il sistema italiano di riciclo dei rifiuti urbani a matrice organica, ad esempio. oggi fa scuola nel mondo, con centinaia di impianti da nord a sud del paese, capaci di trasformare scarti da cucina e potature del verde pubblico in due milioni di tonnellate di compost l’anno. L’ammendante circolare restituisce sostanza organica ai suoli agricoli aumentandone la fertilità naturale. Cosa che si traduce nella minore necessità di ricorrere a fertilizzanti sintetici di importazione come l’urea, che nel nostro paese oggi arriva in buona parte dal Qatar attraverso lo stretto di Hormuz, e che dallo scoppio del conflitto tra USA, Israele e Iran ha visto schizzare i prezzi anche del 30%. Se a questo si sommano i circa 350 milioni di metri cubi di biometano che si stima il settore produrrà nel 2026, si fa presto a capire quanto “la gestione sostenibile dei rifiuti possa generare valore ambientale, agricolo ed energetico, contribuendo al tempo stesso alla resilienza economica e industriale del Paese”, commenta il Consorzio Italiano Compostatori.
Sul fronte degli imballaggi, secondo Conai nel 2026 il tasso di riciclo dovrebbe invece attestarsi al 75%, ben al di sopra dell’obiettivo Ue del 70% al 2030 ma con una leggera flessione rispetto all’anno precedente. Solo un punto percentuale, ma abbastanza da invitare alla prudenza. E alla riflessione. “La dinamica che osserviamo nei tassi di riciclo è influenzata da fattori di contesto, oltre che di natura statistica – premette il presidente di Conai Ignazio Capuano, specificando però che – a questo si aggiungono dinamiche di mercato particolari, che stanno interessando anche le singole filiere”. Dinamiche che, per alcuni materiali, si prestano bene a rappresentare le criticità che si nascondono dietro i numeri da primato del nostro paese. E che, più in generale, gettano un’ombra sul percorso dell’Ue verso il raddoppio dei tassi di circolarità.
Emblematico il caso del riciclo dei rifiuti di plastica. “Attraversiamo una fase di criticità – spiega il presidente Capuano – che avrà impatti anche sui costi di gestione: stanno aumentando, perché mancano gli sbocchi per la materia riciclata e riciclare costa di più”. Negli ultimi anni il settore ha perso in tutta Europa capacità produttiva e competitività, a causa degli elevati costi dell’energia ma anche della concorrenza dei polimeri da petrolio vergine e dei riciclati d’importazione, spesso in assenza di certificazioni attendibili sul reale contenuto riciclato. Flussi che rischiano di vanificare l’effetto traino determinato dall’introduzione degli obblighi di utilizzo di materia riciclata in settori come automotive e imballaggi.
Per un settore ‘tradizionale’ del riciclo che fatica a restare competitivo ce n’è un altro che invece stenta a passare alla scala industriale, nonostante la sua natura strategica per i destini della transizione energetica e digitale: quello delle materie prime critiche. Elementi come “litio, cobalto, tungsteno, magnesio, titanio, gallio e le ormai famose ‘terre rare’, per i quali dipendiamo totalmente da Paesi terzi, in particolare dalla Cina”, dice il direttore generale di Erion WEEE Giorgio Arienti. Nell’ottica di una maggiore autonomia delle supply chain, l’Ue prevede che entro il 2030 il 25% delle materie strategiche per l’industria debbano provenire dal riciclo. Anche in questo caso l’Ue ha già fissato obblighi di contenuto riciclato, per esempio nelle batterie, ma l’offerta stenta a decollare.
Secondo uno studio realizzato nell’ambito del progetto europeo Futuram, anche se in Europa recuperiamo ogni anno già 400 mila tonnellate di critical raw materials, molte di più, circa 600 mila, sono quelle contenute nei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche che non raccogliamo o non riusciamo a trattare in maniera avanzata. Un cane che si morde la coda: se non aumenta la raccolta non si sbloccano gli investimenti in tecnologie di riciclo come piro e idro-metallurgia. E l’Italia non fa eccezione.
“Purtroppo – prosegue Arienti – l’Italia raccoglie annualmente solo 6 kg di raee per abitante, circa la metà rispetto a quanto stabilito dal target europeo. Con questi numeri diventa molto difficile sostenere investimenti industriali per la realizzazione di impianti dedicati”. E infatti a Ceccano, in provincia di Roma, è pronto da tempo lo scale-up industriale dell’impianto avanzato per il recupero di ‘terre rare’ dai magneti permanenti sviluppato da Itelyum ed Erion. Ma in assenza di garanzie sulle quantità di rifiuti da trattare i lavori sono fermi. E “i componenti elettronici più ricchi di materie prime critiche, come le schede madre dei pc, vengono poi esportati verso Paesi che già dispongono di tecnologie avanzate per la raffinazione successiva”, dice Arienti.
Sui numeri da primato del riciclo italiano, e sull’intero percorso dell’Ue verso il raddoppio del tasso di circolarità, si allungano ombre e incognite. Legate soprattutto agli squilibri di mercato tra domanda e offerta. Con esiti paradossali: nelle filiere dove l’offerta di riciclati è maggiore, come nel caso delle plastiche o anche degli aggregati riciclati dai rifiuti inerti, la domanda si orienta verso materiali vergini o d’importazione. Nei settori in cui la domanda di riciclato ‘a km 0’ è destinata inevitabilmente a crescere, come nel caso delle critical raw materials, l’offerta manca perché ancora non riusciamo a riciclare abbastanza.
Il risultato è che sebbene l’industria del riciclo non sia più soltanto un segmento della gestione dei rifiuti ma un vero e proprio comparto manifatturiero secondario, capace di generare materie prime seconde che alimentano direttamente le filiere industriali nazionali e continentali “una quota significativa del sistema produttivo continua a operare secondo logiche lineari, con un consumo di risorse ancora elevato e una forte dipendenza da importazioni di materie prime ed energia. Il riciclo – aggiunge Perrotta -è un nuovo motore del Made in Italy, capace di coniugare sostenibilità, innovazione e competitività. Per consolidare questo vantaggio è però necessario un cambio di passo. Serve trasformare il primato raggiunto in una vera strategia industriale”.
Per accelerare la costituzione di catene del valore circolari – e difendere quelle che abbiamo già – l’Ue ha annunciato per il 2026 il Circular Economy Act, destinato ad affrontare alcuni dei principali colli di bottiglia che frenano lo sviluppo di un vero mercato unico dei rifiuti e delle materie prime seconde: dall’armonizzazione delle regole sull’end of waste al rafforzamento della responsabilità estesa del produttore fino alla definizione di nuovi obblighi di contenuto minimo riciclato.
“L’Italia, con il suo capitale industriale, tecnologico e di competenze, ha tutte le carte in regola per guidare questa trasformazione – dice Elisabetta Perrotta – a patto di disporre di regole chiare, incentivi stabili e una visione di lungo periodo. capace anche di supportare un reale mercato delle materie prime seconde rispetto alla concorrenza non sempre ‘fair’ delle materie prime extra Ue”.
Una concorrenza da vincere con maggiori controlli sulle importazioni, ma anche traducendo in segnali di prezzo e leve fiscali i benefici ambientali del riciclo ‘made in Eu’. “Sono sempre più urgenti politiche industriali che promuovano l’uso di materiali riciclati di prossimità – continua Capuano – non possiamo permetterci di vanificare i benefici del riciclo con le importazioni da fuori Europa: i viaggi dal Far East non sono ambientalmente neutri. Riconoscere, anche economicamente, il valore ambientale del riciclo fatto sui nostri territori è essenziale per non esporre le aziende al rischio di speculazioni ambientali ed economiche”.
Al netto della rilevanza strategica – oltre che ambientale e climatica – del riciclo, c’è anche una dimensione più profonda, che riguarda l’equità dei modelli economici e che nella Giornata Mondiale del Riciclo è necessario ricordare: limitare il ricorso all’estrazione primaria significa ridurre la pressione sulle comunità che storicamente hanno pagato il prezzo più alto dell’economia estrattiva. Quasi sempre a migliaia di chilometri da noi. Territori prima sventrati per recuperare risorse e poi, magari, sommersi dai rifiuti esportati.
Secondo uno studio pubblicato alla fine del 2025 su Nature, il Ghana, tra i principali produttori mondiali di oro, continua ad accogliere nelle sue discariche a cielo aperto il 15% dei rifiuti elettrici ed elettronici generati a livello globale. Compresi quelli che ‘sfuggono’ ai sistemi di raccolta europei e italiani e dai quali potremmo recuperare, guarda caso, lo stesso oro estratto dalle miniere ghanesi e alcuni tra i principali minerali chiave per la transizione ecologica e digitale, limitando il ricorso all’estrazione dal sottosuolo. Dentro e fuori i confini di casa nostra. La vera risposta strategica alla scarsità di risorse non è il conflitto ma la responsabilità.