Riciclo delle plastiche, obiettivo: “Sopravvivere fino al 2029″

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Luigi Palumbo
21/04/2026

Lo shock geopolitico riaccende i prezzi dei polimeri e offre una tregua temporanea ai riciclatori. Ma la crisi di competitività resta strutturale. E senza interventi su energia, regole e mercato, il rischio è perdere capacità industriale prima ancora che arrivi la domanda trainata dalle norme Ue. L’obiettivo è “sopravvivere fino al 2029” dice a Ricicla.tv l’analista Paolo Arcelli di Plastic Consult


Il settore europeo del riciclo meccanico delle plastiche ha un obiettivo preciso: arrivare vivo al 2030. È questo il punto di equilibrio, ma anche di fragilità, che emerge dall’analisi degli operatori. Da un lato, infatti, le future prescrizioni europee sul contenuto minimo di riciclato promettono di sostenere la domanda. Dall’altro, la crisi di competitività che attraversa il comparto rischia di erodere la capacità industriale prima ancora che quel mercato si consolidi. Da qui “la necessità di sopravvivere fino al 2029”, sintetizza a Ricicla.tv Paolo Arcelli, analista di Plastic Consult.

Quello del riciclo meccanico dei rifiuti di plastica è un settore sotto pressione da anni, ma gli eventi geopolitici recenti stanno riscrivendo gli equilibri. Il blocco dello stretto di Hormuz e le tensioni in Medio Oriente hanno già prodotto effetti immediati sui mercati energetici e, a cascata, sull’industria delle plastiche. “Il mondo è cambiato da inizio marzo – spiega Arcelli – tutto lo scenario macroeconomico e competitivo è stato completamente spazzato via dal blocco dello stretto”.

L’effetto più immediato è stato l’aumento delle commodity petrolifere e dei polimeri vergini. Una dinamica che, almeno nel breve periodo, ha avuto un impatto anche sul riciclo. “Si è tradotto in un’immediata e ripida ascesa dei prezzi dei polimeri determinata sia da una minore disponibilità di polimeri stessi sia da una carenza di intermedi in Europa”, osserva Arcelli. Il risultato è stato un rimbalzo significativo dei prezzi. “Parliamo di raddoppio e oltre del polietilene nel giro di pochi mesi”.

Per i riciclatori, questo ha significato un temporaneo recupero di competitività. “Una crescita così ripida sta lasciando da una parte un po’ più di ossigeno ai riciclatori meccanici”. Ma si tratta di un equilibrio fragile. L’aumento dei costi energetici e del feedstock rischia di annullare rapidamente il vantaggio. “Vedremo se questa maggiore competitività finirà per essere assorbita dall’incremento dei prezzi dell’energia”. E soprattutto, avverte Arcelli, non può essere questa la soluzione. “Non possiamo delegare agli scenari di tensione e alle guerre il compito di restituire competitività al settore”, chiarisce.

Le difficoltà, del resto, precedono l’attuale fase geopolitica. Da sempre la plastica riciclata fatica a tenere il passo delle quotazioni dei materiali vergini. La forbice dei prezzi si è allargata progressivamente a partire dal 2024, fino a raggiungere un’ampiezza critica sul finire dello scorso anno. “Nella prima parte del 2025 si è lavorato più o meno business as usual, con marginalità molto ristrette”, ricorda Arcelli. Ma dalla seconda metà dell’anno il quadro è cambiato: “Le quotazioni del vergine sono finite nuovamente sotto terra, quasi ai minimi dei livelli Covid”. Questo crollo “ha mandato fuori mercato completamente tutta una serie di prodotti, creando gravi complicazioni al settore”. Una dinamica che “a questo punto potremmo definire strutturale”, dice l’analista.

Un elemento centrale della crisi riguarda il funzionamento del mercato europeo. L’Unione sta sì costruendo un sistema orientato alla crescita delle materie prime seconde, con l’introduzione progressiva di obiettivi di contenuto minimo in settori diversi – dagli imballaggi all’automotive – ma dando per scontato che per raggiungerli l’industria si sarebbe rivolta ai riciclatori europei. E invece, come sempre, la domanda si è orientata verso l’offerta più conveniente. “Inizialmente ci si è preoccupati molto poco della pressione competitiva che poteva venire dall’esterno del nostro continente”, sottolinea Arcelli. Il risultato, oggi, è un mercato aperto a flussi di materiali riciclati provenienti da Paesi terzi, spesso più competitivi di quelli europei. E altrettanto spesso sprovvisti di certificazioni attendibili sull’effettivo contenuto riciclato.

In questo contesto, l’introduzione degli obblighi di contenuto minimo di riciclato per le bottiglie in PET – il 25% a partire dal 2025 – rappresentava una leva attesa per sostenere il settore. Tuttavia, l’impatto è stato parziale. “La misura è stata sicuramente importante, ma non sufficiente a sostenere nel complesso l’attività del riciclo meccanico”. Da un lato, infatti, riguarda solo una parte limitata del mercato, dall’altro, l’effetto leva per la domanda di riciclati “è stato abbastanza suddiviso tra produttori europei e produttori extraeuropei”. Che tradotto significa: per raggiungere i target loro assegnati, i produttori di bottiglie in PET hanno acquistato anche (forse soprattutto) materiali da fuori Ue, a prezzi più competitivi anche se meno trasparenti.

Un fenomeno con implicazioni non solo sul piano commerciale ma anche su quello della tutela dei consumatori, di fronte al quale la Commissione europea sta provando non a caso a correre ai ripari. Nella decisione di esecuzione per il calcolo del contenuto riciclato nelle bottiglie in PET è previsto infatti che fino al 21 novembre 2027 “dovranno essere utilizzati riciclati da bottiglie immesse al consumo sul territorio dell’Unione”. Una clausola che, almeno per il momento, non vale per i prossimi obiettivi di contenuto riciclato: quelli per l’automotive – 15% a partire dal 2032 – ma prima ancora quelli per gli imballaggi, che scatteranno già dal 2030 introducendo, tra le altre, anche con una quota del 35%. Target ai quali le principali associazioni del waste management e del riciclo hanno chiesto di estendere le misure di limitazione della provenienza adottate per il PET.

Le sole clausole territoriali, tuttavia, non bastano, chiarisce Arcelli. Al momento, infatti, “non esistono codici doganali che permettano di tracciare con precisione la provenienza dei riciclati” né tanto meno “metodiche codificate per determinare se è presente riciclato e in che percentuale”. Buchi nella regolazione che lasciano aperto il mercato Ue ai riciclati d’importazione, inclusi quelli fake, anche se in presenza di vincoli territoriali. In più, “non credo che chiudere il mercato europeo alle importazioni sia un’idea che possa essere portata avanti in maniera continua – aggiunge – quello che serve è essere messi nelle condizioni di giocare alle stesse regole”.

Sulla strada verso gli obblighi di riciclato al 2030 – e al netto di nuovi interventi su trasparenza, tracciabilità e provenienza dei flussi – la tenuta industriale del settore resta il vero punto critico. “Si rischia che nel frattempo gli impianti chiudano e non ci sia adeguata capacità produttiva di riciclati nel nostro continente”, dice Arcelli. “L’attività di riciclo meccanico potrà continuare con successo nel momento in cui il legislatore europeo e nazionale riusciranno a mettere giù qualche paletto per traghettare il comparto al 2029-2030”. In assenza di questi interventi, il rischio è che la domanda futura trovi un sistema produttivo indebolito, se non ridimensionato, proprio nel momento in cui dovrebbe essere protagonista della transizione circolare.

Le richieste del settore si concentrano su alcuni interventi chiave. Il primo riguarda il costo dell’energia: “Il settore è decisamente energivoro. Interventi sul costo dell’energia potrebbero dare una mano a mantenere la produzione in maniera efficiente”. A questo si affiancano strumenti economici e fiscali, come i certificati bianchi per il riciclo o la riduzione dell’IVA sui prodotti contenenti riciclato, ma soprattutto “sarebbe auspicabile che ci fossero sistemi di supporto che valgano per tutti i Paesi europei”. In assenza di coordinamento, infatti, il rischio è quello di accentuare la frammentazione del mercato. “Se ogni Stato agisce in maniera disordinata e con iniziative su base nazionale, la frammentazione non fa altro che aggravarsi”, spiega Arcelli.

Un primo segnale, in questo senso, è arrivato con la presentazione della proposta di un regolamento end of waste europeo, comune in tutti gli Stati membri, per certificare il riciclo della plastica e superare l’attuale quadro di frammentazione, nel quale “ogni Stato ha le sue legislazioni nel determinare cosa sia un rifiuto e cosa sia una materia prima seconda”. Ma gli sguardi, e gli auspici, delle imprese, restano rivolti al Circular Economy Act, atteso per settembre, con il quale la Commissione europea proverà a rafforzare il mercato unico delle materie prime seconde intervenendo sui nodi regolatori e sui meccanismi competitivi. Sul punto però Arcelli invita alla cautela. “Sarebbe bello, anche se sinceramente non mi aspetto tantissimo sotto questo profilo”, osserva, chiarendo che la priorità del settore non è ottenere vantaggi artificiali ma condizioni eque di competizione. “Quello che cerca il comparto nel complesso è avere lo stesso piano di gioco rispetto ad altre aree geografiche. Non si tratta di una ricerca di misure protezionistiche, ma di giocare con le stesse regole”.

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Redazione Ricicla.tv