Presentato a Milano il report elaborato da Plastic Consult: il fatturato del comparto nel 2025 scende a 685 milioni di euro, aumentano invece i volumi trattati. Bene l’R-Pet
Aumentano i volumi di materiali gestiti ma diminuiscono i fatturati: il settore italiano del riciclo meccanico delle plastiche attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi anni. A certificarlo, ancora una volta, è il report 2025 elaborato da Plastic Consult per Assorimap e presentato a Milano durante la fiera Plast. Numeri che fotografano un comparto in sofferenza, nonostante la tenuta dei volumi trattati. Nel 2025 il fatturato delle imprese del riciclo meccanico è sceso a 685 milioni di euro, in calo dell’1,1% rispetto all’anno precedente, segnando il terzo anno consecutivo di contrazione, mentre i quantitativi riciclati sono saliti a 850 mila tonnellate (+2%).
L’aumento dei volumi di rifiuti in plastica trasformati in nuovi polimeri non è sufficiente a compensare il crollo dei prezzi dei materiali riciclati, che nella seconda metà del 2025 hanno toccato i livelli più bassi dell’ultimo decennio. Allo stesso tempo, i costi energetici hanno continuato a crescere, arrivando a superare i 135 euro per megawattora a dicembre, oltre il 40% in più rispetto al 2021.
La combinazione tra prezzi di vendita in caduta e costi di produzione elevati ha eroso quasi completamente i margini delle aziende, spiega il rapporto, mettendo a serio rischio la sostenibilità economica di molte attività. “Gli utili sono azzerati per tutte le imprese, resistono quelle che affiancano al riciclo altre attività, come raccolta, selezione, segmenti diversificati”, spiega Walter Regis, presidente di Assorimap. “Ma il problema – dice – va oltre i bilanci aziendali: il riciclo meccanico è l’anello finale della raccolta differenziata e una leva concreta per ridurre il contributo nazionale alla Plastic tax europea, indebolirlo significa indebolire l’intero sistema”.
Le preoccupazioni, insomma, riguardano la tenuta dell’intera filiera. Nelle ultime settimane l’accumulo di rifiuti in plastica negli impianti di stoccaggio, dovuto alla scarsa domanda di riciclati, sta creando problemi di natura operativa, oltre che di sicurezza. Diverse associazioni di categoria hanno segnalato il rischio di saturazione degli impianti, oltre al rischio di incendi, chiedendo interventi urgenti per evitare il blocco delle attività e ripercussioni dirette sulla continuità della raccolta differenziata.
Le dinamiche denunciate nel report di Assorimap confermano un trend in atto ormai da mesi: la perdita di competitività delle materie prime seconde rispetto alle plastiche vergini e ai riciclati di importazione a buon mercato, spesso commercializzati senza adeguate certificazioni, con i controlli resi particolarmente difficili dall’assenza di codici doganali specifici per distinguere le diverse tipologie di materiale.
Una crisi che non è solo nostrana e non è concentrata solo sul fronte del riciclo, ma investe l’intera industria europea della plastica. Secondo Plastics Europe “i produttori europei di plastica sono in modalità sopravvivenza. La nostra catena del valore non può effettuare gli investimenti necessari nella circolarità; al contrario, stiamo assistendo alla decarbonizzazione dell’Europa attraverso la deindustrializzazione. Se questa tendenza estremamente dannosa non verrà invertita, l’Europa non sarà in grado di raggiungere i suoi obiettivi climatici”, spiegava Rob Ingram, presidente di Plastics Europe.
Tornando ai dati Assorimap sul riciclo in Italia, l’unica eccezione positiva è rappresentata dal PET riciclato. Con oltre 228 mila tonnellate prodotte e un fatturato di 272 milioni di euro, in crescita dell’8,8%, l’R-PET è diventato per la prima volta il segmento più importante del settore, superando il polietilene. Un risultato legato principalmente agli obblighi introdotti dalla direttiva europea SUP, che ha imposto un target del 25% di contenuto riciclato nelle bottiglie per bevande in PET a partire dal 2025, mentre “per altri polimeri, polietilene flessibile e rigido in testa, gli obblighi arriveranno solo nel 2030″, chiarisce Paolo Arcelli di Plastic Consult.
Secondo Assorimap, la mancanza di misure capaci di valorizzare il contenuto di riciclato è uno dei principali fattori di crisi. Mentre altri Paesi europei hanno già introdotto strumenti di sostegno, ricorda l’associazione, l’Italia non ha ancora adottato misure concrete, nonostante il tavolo di crisi aperto dal Ministero dell’Ambiente. Tavolo del quale Assorimap chiede un rilancio “con un mandato preciso, tempi certi, e accordi di filiera vincolanti – dice Regis, secondo cui – servono due misure concrete: riconoscere il valore ambientale del riciclato attraverso meccanismi come i crediti di carbonio, e introdurre obblighi di utilizzo delle plastiche riciclate nei beni e negli imballaggi”.
Se il tavolo di crisi non ha prodotto fin qui risultati concreti, tra i dossier aperti sul tavolo del Ministero i riciclatori guardano con favore alla proposta di istituire un nuovo regime di responsabilità estesa del produttore per i prodotti plastici non da imballaggio. Un’iniziativa che, si legge nel rapporto, “potrà accompagnare l’aumento della disponibilità di manufatti plastici da avviare a riciclo” e successivamente anche (come per gli imballaggi) “prescrizioni per un contenuto minimo di riciclati post-consumo nei beni, stimolandone la produzione nazionale”.
Per un comparto che in Italia conta circa 350 imprese, 240 produttori di materie prime seconde e 88 impianti specializzati nel trattamento della plastica post-consumo, la sfida è quella di mantenere in vita una capacità industriale strategica in attesa che le future norme europee e nazionali sul contenuto riciclato producano effetti concreti. Senza interventi rapidi, il rischio è che una parte significativa della filiera non riesca ad arrivare al momento in cui la domanda di materiali riciclati, per effetto degli obblighi, diventerà elemento strutturale del mercato.





