Il riciclo dei rifiuti organici cresce: nel 2024 migliorano quantità e qualità della raccolta. Le impurità nella differenziata restano però sopra i limiti fissati dai CAM, mentre le forti differenze tra impianti impattano su sovvalli e compost prodotto. Il Consorzio Italiano Compostatori: “Efficienza impiantistica è principale ostacolo ai target Ue di riciclo”
Il riciclo dei rifiuti organici migliora in quantità e qualità, anche se quest’ultimo parametro resta attenzionato speciale. Complessivamente, secondo elaborazioni del Consorzio Italiano Compostatori sui dati Ispra, nel 2024 la quota di rifiuti organici da raccolta differenziata gestiti a livello nazionale è passata da 7,47 a circa 7,67 milioni di tonnellate, mostrando una crescita di 196 mila tonnellate (+2,6%). Un incremento che è il segno di una ripresa della capacità di intercettazione, sia degli scarti umidi di cucina, cresciuti di 105 mila tonnellate, che di sfalci e potature del verde, aumentati nel 2024 di circa 91 mila tonnellate. Rifiuti che la rete nazionale degli impianti di trattamento ha trasformato in circa 2 milioni di tonnellate di compost, ammendante circolare da restituire alla terra e antidoto naturale alla crisi dei fertilizzanti di sintesi innescata dai conflitti in Ucraina prima e nel Golfo Persico poi.
I rifiuti organici raccolti e trasformati in compost dagli impianti di trattamento contribuiscono per circa la metà al calcolo delle performance nazionali di riciclo dei rifiuti urbani. Nel 2024, secondo l’ultima edizione del rapporto annuale su produzione e gestione dei rifiuti urbani di Ispra, l’Italia si è attestata al 52,3%. Tasso che l’Ue ci chiede di portare al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035. Un percorso che dipenderà anche dalla qualità della raccolta differenziata e dall’efficienza del sistema nazionale di riciclo organico.
Al di là del pur fondamentale aumento della raccolta, il dato più significativo resta quello sull’effettivo riciclo. Non tutto quello che viene conteggiato come raccolto, infatti, può essere trasformato in compost dagli impianti di trattamento, visto che nella differenziata finiscono spesso materiali non compatibili con i processi di riciclo organico, dalle plastiche non compostabili al vetro, ai metalli. Dopo un triennio 2020-2022 da dimenticare, tuttavia, tra 2023 e 2024 la percentuale di biowaste recuperata sul totale raccolto in maniera differenziata è passata dall’80,9 all’82,1% “evidenziando un miglioramento delle performance di trattamento”, riporta Ispra.
Se la differenziata cresce, a calare – seppur leggermente – sono infatti le impurità nella raccolta. Secondo Ispra nel 2024 la quantità di materiale non compostabile rinvenuta negli scarti di processo si è attestata al 6,8%. Un segnale incoraggiante, dopo gli allarmi lanciati dagli operatori di settore per il pericoloso aumento delle frazioni estranee registrato negli anni passati. Secondo il Consorzio Italiano Compostatori, nel 2022 i materiali non compostabili rinvenuti negli scarti di processo avevano raggiunto il 7,1%, una quantità al limite della sostenibilità economica (con l’aumento delle impurità aumentano anche i costi a carico degli impianti) rappresentata per una quota che va dalla metà ai due terzi da plastica e, in particolare, da shopper monouso in plastica tradizionale, sebbene dal 2018 la loro commercializzazione sia stata vietata.
Nonostante il leggero calo registrato da Ispra, la presenza di frazioni estranee nella differenziata resta tuttavia sensibilmente al di sopra del limite massimo del 5% fissato dal Ministero dell’Ambiente nei Criteri Ambientali Minimi per l’affidamento dei servizi di igiene urbana. Segno che l’obbligatorietà del Green Public Procurement sancita dal codice degli appalti è interpretata in maniera non uniforme sul territorio nazionale.
Assieme ai materiali non compostabili rilevati nella raccolta calano anche gli scarti in uscita dagli impianti di riciclo. Nel 2024, rileva Ispra, i processi di trasformazione di umido e verde in compost hanno infatti generato una quantità di sovvalli pari al 12,6% del totale trattato, in calo rispetto al 13,9% registrato nel 2022 e al 13,6% del 2023. Il dato sulle macroaree, tuttavia, restituisce un quadro decisamente poco omogeneo. Se a Nord e Sud gli scarti calano, attestandosi rispettivamente all’11,3 e al 15,3%, nelle regioni del Centro, invece, dopo la riduzione registrata nel 2023 la percentuale è tornata ad aumentare attestandosi al 16,2%. Numeri dietro i quali si nasconde non solo la variabilità della qualità della raccolta, che incide direttamente sugli scarti prodotti, ma anche il diverso livello di efficienza degli impianti di trattamento.
Secondo un’indagine condotta dal CIC sui dati relativi al 2023, infatti, esiste “una forte eterogeneità tra i vari impianti di trattamento, i cui scarti variano da meno del 10% fino a percentuali prossime al 50%”. C’entra la maggiore o minore capacità di effettuare una separazione delle frazioni estranee che non trascini via con sé troppo organico e materiali compostabili, ma anche altri fattori, come il rispetto dei cicli di trattamento necessari a garantire la piena degradazione degli elementi in bioplastica compostabile. Disparità che hanno conseguenze dirette sulle performance del sistema nazionale: più sovvalli, significa meno compost e meno compost significa meno riciclo.
Accanto alla qualità della raccolta, spiega il Consorzio, “resta questo il principale ostacolo sul percorso verso gli obiettivi europei, a partire dal target del 55% che dovremo dimostrare di aver raggiunto nel 2025″. Per questo il CIC ha proposto l’istituzione di un meccanismo premiale, basato sui criteri di qualità tecnico-ambientale introdotti da Arera, per misurare l’efficienza reale del riciclo organico e orientare i trattamenti verso gli impianti in linea con gli ambiziosi parametri europei. Uno strumento che possa guidare gli enti locali e i gestori nelle gare per l’affidamento dei rifiuti da trattare, costituendo “la base per il miglioramento continuo dell’efficienza complessiva del riciclo organico”.





