L’Ue ha raggiunto un accordo provvisorio sul pacchetto Omnibus I, che riduce in modo significativo gli obblighi di sostenibilità previsti da CSRD e CS3D, alzando le soglie dimensionali e rinviando le scadenze. Eliminato l’obbligo del climate transition plan e del regime di responsabilità armonizzato. La revisione modifica profondamente gli equilibri politici europei e segna un ulteriore ridimensionamento del green deal nel nuovo corso Ue orientato a competitività e sicurezza
Un altro pezzo di green deal cade per fare spazio ai nuovi assetti europei in materia di competitività industriale. È arrivato il via libera provvisorio delle istituzioni Ue al taglio degli obblighi di sostenibilità per le imprese. Parlamento e Consiglio hanno trovato l’accordo provvisorio nel negoziato sulle misure del cosiddetto pacchetto Omnibus I che modificano le direttive sul reporting di sostenibilità (CSRD) e sulla due diligence aziendale (CS3D), con l’obiettivo di alleggerire gli oneri regolatori per gli operatori economici e recuperare competitività sullo scenario internazionale. “Stiamo tagliando gli oneri per il 95% delle imprese inizialmente incluse nel perimetro della regolazione”, ha dichiarato il ministro dell’industria danese Morten Bødskov, secondo cui l’intervento garantirà “risparmi per 800 milioni di euro” e una posizione più salda nel confronto con Cina e Stati Uniti.
In base all’accordo informale, che ora dovrà essere approvato dal Parlamento e ratificato dal Consiglio, la rendicontazione sociale e ambientale sarà obbligatoria solo per le imprese dell’Ue con una media di oltre 1000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. La soglia di fatturato netto per le imprese extra-Ue è stata inoltre aumentata a 450 milioni di euro (generati nell’Ue). Un intervento che guarda soprattutto alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di evitare che le responsabilità in capo agli operatori economici – inizialmente previste per imprese dai 500 dipendenti in su – possano ricadere su quelli di minori dimensioni integrati nelle filiere. In quest’ottica, comunica il Parlamento Ue, le norme aggiornate consentiranno alle imprese con meno di 1000 dipendenti “di rifiutare di segnalare informazioni che vanno oltre quanto stabilito negli standard volontari”.
A beneficiare del ridimensionamento degli obblighi della CSRD, tuttavia, saranno anche le holding finanziarie, che vengono escluse dal perimetro della direttiva. Per quelle che rientravano nel primo periodo di applicazione, relativo all’esercizio 2024, viene definito un regime transitorio di uscita dall’obbligo. Per le imprese del secondo e terzo scaglione, l’Ue ha già stabilito il rinvio delle rendicontazioni di un anno, rispettivamente al 2028 e 2029.
Ancora più radicale l’intervento sugli obblighi di due diligence previsti dalla CS3D, il cui termine ultimo per il recepimento negli Stati membri viene rinviato di un anno, al 26 luglio 2028. Il perimetro della direttiva viene ristretto alle sole imprese con più di 5000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato annuo. Viene eliminato l’obbligo di adottare un piano di transizione per la mitigazione dei cambiamenti climatici. Eliminata anche la previsione di un regime di responsabilità armonizzato in tutti gli Stati membri, che nella versione originale della direttiva garantiva l’applicazione obbligatoria e prevalente della disciplina nei casi in cui la legge applicabile non fosse quella nazionale dello Stato membro. Il tetto massimo per le sanzioni viene fissato al 3% del fatturato globale delle aziende.
“La commissione JURI del Parlamento voterà il testo giovedì, poi la settimana prossima a Strasburgo toccherà alla plenaria. Mi aspetto una solida e larga maggioranza”, ha commentato Jorgen Warborn, relatore per l’europarlamento e membro del Partito Popolare Europeo, il principale sponsor della marcia indietro sugli obblighi ambientali nel nome della competitività. Un’inversione di rotta costata la già fragile alleanza tra popolari, socialisti e liberali, dopo che lo scorso ottobre la cosiddetta ‘maggioranza Ursula’ non era riuscita a trovare l’accordo sulla posizione da portare ai negoziati con il Consiglio, spingendo il PPE a cercare, e trovare, l’appoggio dei partiti di estrema destra. Una picconata politica, oltre che regolatoria, al green deal, nell’attesa dell’annunciato pacchetto di semplificazioni ambientali che promette di ridimensionarne ulteriormente la portata, per lasciare spazio ai piani della nuova Ue imperniati su competitività, autonomia e difesa.


