Aggregati riciclati, l’allarme del settore: “Con questi limiti imprese a rischio”

di Luigi Palumbo 24/02/2026

I produttori di inerti recuperati segnalano difficoltà operative nell’applicazione del decreto end of waste sui rifiuti da costruzione e demolizione. Variabilità (anche naturale) dei materiali in ingresso negli impianti e limiti stringenti mettono a rischio le dichiarazioni di conformità. E dopo il decreto terra dei fuochi le conseguenze sono anche penali


Con l’avvicinarsi della conclusione del periodo di monitoraggio previsto dal decreto end of waste sui rifiuti da costruzione e demolizione, i produttori di aggregati recuperati tornano a segnalare criticità nel quadro regolatorio. Criticità che, dicono i gestori degli impianti di trattamento, rischiano di incidere pesantemente sull’efficienza delle filiere del recupero, capaci di gestire circa 80 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione l’anno, trasformandoli in 60 milioni di tonnellate di aggregati riciclati, con un tasso di riciclo superiore all’80%.

Il periodo di monitoraggio, della durata di 24 mesi, terminerà a settembre 2026 ed era stato inserito nel decreto proprio per verificare sul campo l’efficacia della nuova disciplina, dopo le forti proteste che avevano accompagnato la prima versione del provvedimento sulla cessazione della qualifica di rifiuto, poi oggetto di modifiche. La fase di monitoraggio era stata presentata come uno strumento di verifica tecnica e istituzionale: un arco temporale utile a raccogliere dati applicativi e valutare eventuali correttivi. Oggi, però, a pochi mesi dalla scadenza, diversi operatori segnalano che alcune criticità emerse nella pratica gestionale non sono episodiche ma strutturali. Non tutti i nodi, insomma, sono stati sciolti con la revisione del decreto.

Il principale elemento di criticità, secondo quanto apprende Ricicla.tv, riguarda la difficoltà di garantire in modo costante il pieno allineamento tra i limiti ambientali fissati dal decreto per la presenza di contaminanti negli aggregati recuperati e la variabilità fisiologica degli esiti analitici sui singoli lotti di materiale riciclato ai fini del rilascio delle dichiarazioni di conformità. “Il problema non è la qualità della gestione industriale”, spiega il responsabile di un impianto del Centro-Nord, “ma il fatto che stiamo lavorando con materiali la cui composizione è eterogenea e dipende anche dalla natura geologica del territorio. Ci sono elementi che sono presenti in modo naturale in sabbie, rocce e terreni. Quando i limiti sono particolarmente stringenti, anche oscillazioni minime possono fare la differenza tra conformità e non conformità”.

Il risultato è un sistema in cui l’esito delle analisi, condotte attraverso test di cessione, può risentire non solo della intrinseca eterogeneità dei flussi di rifiuti da costruzione e demolizione, ma anche di variabilità naturali che non hanno nulla a che vedere con contaminazioni antropiche. “Troppi elementi imprevedibili”, osserva un altro gestore, “ci troviamo a dover garantire una perfetta stabilità analitica su materiali che per definizione non sono omogenei come un prodotto industriale primario”.

Alcuni impianti, in via prudenziale, hanno già adottato scelte restrittive, riducendo i quantitativi di rifiuti in ingresso per limitare la variabilità dei lotti. Una decisione che incide direttamente sulla capacità produttiva e sulla sostenibilità economica dell’attività. “Abbiamo rallentato i conferimenti per contenere il rischio”, ammette un operatore del Nord Italia, “ma questo significa meno recupero e meno servizio al territorio. Non può essere una soluzione strutturale”.

Un ulteriore profilo critico riguarda la gestione dei lotti di aggregati recuperati e la loro eventuale miscelazione. Due lotti omogenei, ciascuno conforme ai limiti e accompagnato da regolare dichiarazione di conformità, se accorpati potrebbero generare un esito analitico differente e superare la soglia per uno o più parametri. “Paradossalmente”, osserva un imprenditore, “possiamo avere due lotti regolari che, una volta uniti, non lo sono più. Ma non possiamo immaginare di tenere segregati i materiali in lotti da non più di tremila metri cubi: gli spazi di piazzale e la continuità operativa non lo consentono”.

Il tema non è solo organizzativo. Le implicazioni, sottolineano gli operatori, sono anche sanzionatorie e penali. In caso di contestazione sulla non conformità di materiali qualificati come end of waste, la riqualificazione come rifiuto può aprire scenari rilevanti sotto il profilo della gestione illecita, fino alle ipotesi più gravi. “E i rischi – conferma un gestore – sono aumentati con il decreto ‘Terra dei Fuochi’: si parla di confisca dell’impianto, fino alla contestazione di traffico illecito. In un contesto così incerto, la responsabilità diventa enorme”. A ciò si aggiunge la prospettiva del recepimento della nuova direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, che prevede un ulteriore rafforzamento del quadro sanzionatorio per i reati ambientali. L’inasprimento del sistema penale, combinato con margini tecnici di variabilità analitica, viene percepito dal settore come un fattore di ulteriore esposizione al rischio.

In questo quadro, una delle proposte che emergono dagli operatori è quella di ampliare gli strumenti di valutazione della conformità. “Non chiediamo di abbassare i limiti”, precisa un rappresentante del comparto, “ma di poter utilizzare un ventaglio più ampio di metodologie analitiche. Il solo test di cessione, in alcuni casi, non restituisce l’effettivo comportamento ambientale del materiale”. Tra le ipotesi che gli operatori porteranno al tavolo di confronto con Ispra e Ministero dell’Ambiente c’è l’introduzione di parametri ulteriori, come prove di ecotossicità o approcci integrativi che consentano una valutazione più aderente alle caratteristiche reali degli aggregati riciclati.

Con la scadenza del monitoraggio fissata a settembre 2026, il settore attende ora un bilancio istituzionale della fase applicativa. La verifica sull’efficacia della disciplina, prevista fin dall’adozione del decreto come risposta alle contestazioni che avevano investito la prima versione dell’end of waste per gli inerti, rappresenta un passaggio cruciale. Il punto di equilibrio resta complesso: garantire standard elevati di tutela ambientale senza trasformare la variabilità dei materiali in un elemento di instabilità giuridica per le imprese. Se il sistema non riuscirà a trovare una sintesi tra rigore normativo e sostenibilità industriale, avvertono gli operatori, il rischio è un effetto controintuitivo: meno recupero e più difficoltà nel raggiungimento degli obiettivi di economia circolare nel comparto delle costruzioni.

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