Certificati bianchi, anche il riciclo nei meccanismi di incentivazione dell’efficienza energetica

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Luigi Palumbo
30/07/2026

Le nuove guide operative 2026 sui certificati bianchi chiariscono che i titoli di efficienza energetica possono essere riconosciuti sia ai processi che producono materia prima seconda sia agli impianti che la utilizzano in sostituzione di risorse vergini


Dal vetro alla carta, dai metalli alla plastica: la materia riciclata entra per la prima volta in modo chiaro e strutturato nel perimetro dei meccanismi di incentivazione dell’efficienza energetica. Con la guida operativa 2026, predisposta dal GSE in attuazione del decreto del Ministero dell’Ambiente del 21 luglio 2025, il meccanismo dei certificati bianchi per la riduzione dei consumi di energia si apre in maniera esplicita a progetti che intervengono non soltanto sulle prestazioni di macchinari e impianti, ma anche sulla composizione materiale dei processi produttivi, valorizzando il contributo garantito dall’impiego di materiali secondari alla riduzione dei consumi energetici delle lavorazioni.

Non è un debutto assoluto: i certificati bianchi potevano già premiare interventi basati sul recupero degli scarti e sulla modifica degli input produttivi. Con le nuove regole, però, la circolarità compie un vero e proprio salto di scala: la novità è l’introduzione di una categoria dedicata alle risorse a minore impatto energetico e il riconoscimento espresso anche dei nuovi processi che producono materia prima seconda per il mercato.

L’apertura riguarda due configurazioni distinte: da un lato, i nuovi processi di riciclo, recupero o riutilizzo finalizzati alla produzione di materia prima seconda. Dall’altro, gli interventi industriali che impiegano materiali riciclati o risorse a minore impatto energetico in sostituzione delle materie convenzionali, come sfridi, rifili o sottoprodotti. In entrambi i casi, il risparmio energetico addizionale garantito dall’intervento potrà essere convertito in titoli di efficienza energetica a beneficio del soggetto proponente.

I certificati bianchi, va chiarito, non remunerano automaticamente l’utilizzo o la produzione di un materiale riciclato, ma incentivano esclusivamente il risparmio di energia primaria generato dal progetto rispetto ai consumi di una configurazione di riferimento (la baseline). Per un impianto che produce materia prima seconda, il confronto potrà riguardare l’energia necessaria a ottenere il materiale riciclato rispetto a quella richiesta per produrre la risorsa convenzionale equivalente. Per un’impresa utilizzatrice, invece, il beneficio potrà derivare dalla riduzione dei consumi all’interno del processo produttivo, per esempio nelle fasi di fusione, preparazione, essiccazione o trasformazione.

Tra gli elementi più rilevanti della nuova disciplina c’è il riconoscimento dei processi destinati alla produzione di materia prima seconda per la vendita. La possibilità riguarda nuovi impianti e nuove attività di riciclo, recupero o riutilizzo. Il proponente dovrà individuare una risorsa convenzionale di riferimento e dimostrare che il materiale ottenuto può sostituirla dal punto di vista tecnico e funzionale.

Analoga possibilità è riconosciuta ai progetti che utilizzano la materia seconda in sostituzione, totale o parziale, di una risorsa a maggiore impatto energetico. In questo caso, il risparmio potrà essere associato sia alla diversa natura dell’input sia agli effetti che il materiale riciclato produce sul processo industriale.

Nel calcolo ‘dalla culla al cancello’ dovranno essere inclusi i consumi richiesti dal processo di recupero, come selezione, triturazione, lavaggio, essiccazione, raffinazione, trattamento e preparazione del materiale. Resterà comunque necessario delimitare con precisione il perimetro del progetto, in modo da evitare che lo stesso beneficio venga contabilizzato sia dal produttore della materia seconda sia dall’impresa che la utilizza. Un ulteriore requisito riguarda la localizzazione delle attività considerate nel calcolo: le fasi dei processi alle quali viene attribuito il risparmio devono svolgersi sul territorio nazionale.

Soprattutto per i produttori di materia prima seconda, l’estensione dei certificati bianchi al riciclo potrà contribuire a colmare, almeno in parte, la distanza tra il valore ambientale della circolarità e il suo riconoscimento economico. Diventando una vera e propria leva di competitività. Finora benefici come la minore dipendenza dalle risorse vergini, la riduzione dei consumi energetici, il recupero di valore dai residui e il contenimento delle emissioni sono rimasti spesso esterni ai conti economici delle imprese del riciclo. Con esiti che, nel caso delle plastiche, hanno condotto alla crisi ormai strutturale del mercato dei materiali secondari a causa della maggiore convenienza economica dei polimeri da petrolio vergine.

Con il nuovo quadro, almeno una parte di questi vantaggi potrà tradursi in titoli di efficienza energetica e, quindi, in una premialità economica collegata ai risparmi effettivamente certificati. Il nuovo regime, del resto, intercetta una richiesta avanzata da tempo dalle rappresentanze del riciclo, del waste management e dell’industria manifatturiera: riconoscere attraverso strumenti economici il contributo della circolarità alla decarbonizzazione, alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla resilienza industriale, oltre che alla riduzione della pressione sulle risorse naturali.

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