Il Comitato economico e sociale europeo chiede che il futuro Circular Economy Act punti alla creazione di un vero mercato unico delle materie prime seconde. Tra le proposte, IVA ridotta per i prodotti circolari ed esenzione fiscale per le materie seconde. Obiettivo: rafforzare competitività, autonomia strategica e circolarità dell’industria europea
Creare un vero mercato unico europeo delle materie prime seconde, eliminando le barriere normative che ancora ostacolano la circolazione dei materiali recuperati tra gli Stati membri. È questa, secondo il Comitato economico e sociale europeo (Cese), la principale sfida che il futuro Circular Economy Act dovrà affrontare. Per raggiungere l’obiettivo, Bruxelles dovrebbe affiancare all’armonizzazione delle regole anche misure fiscali mirate, tra cui aliquote IVA ridotte per i prodotti circolari e la possibile esenzione delle materie prime secondarie.
La raccomandazione è contenuta nel parere reso sull’iniziativa legislativa, attesa per il prossimo autunno, con la quale la Commissione Ue ha annunciato di voler fare della circolarità l’anello di congiunzione tra i piani di decarbonizzazione, quelli di rilancio della competitività industriale e quelli di autonomia strategica europea. Con l’obiettivo, tra gli altri, di raddoppiare il tasso di utilizzo di materia recuperata portandolo al 24% entro il 2030.
“Oggi, solo il 12,2% dei materiali utilizzati dall’industria europea proviene dal riciclo – ricorda Adelina Dabu, membro del gruppo dei datori di lavoro del Cese – un dato che indica un eccessivo spreco di materiali e una vulnerabilità strategica. Ogni tonnellata di materia prima vergine importata potrebbe essere esposta a shock di prezzo, controlli sulle esportazioni o pressioni geopolitiche. L’economia circolare, intesa come mantenimento e ricircolo di risorse di alto valore all’interno dell’economia europea, rappresenta la protezione più duratura disponibile. L’economia circolare diventa una risposta strutturale ai fallimenti del mercato e ai rischi della catena di approvvigionamento con cui l’industria stessa si confronta da anni”.
Pur sottolineando come la circolarità debba andare oltre il riciclo, orientandosi verso una gestione sistemica delle risorse lungo l’intero ciclo di vita dei materiali, nel suo parere il Cese chiarisce che l’atto legislativo allo studio della Commissione dovrebbe inviare al settore privato “un segnale chiaro e credibile” del fatto che gli investimenti nella circolarità sono redditizi e sicuri, sostenendone così la diffusione su larga scala. “In un contesto di crescente competizione mondiale per le risorse, questa dimensione strategica diventa ancora più fondamentale”, aggiunge il Comitato.
Stando al parere, misure fiscali ben calibrate, come aliquote IVA ridotte o regimi del margine semplificati, adattate ai prodotti con prestazioni di circolarità più elevate possono migliorare la competitività delle soluzioni circolari, che troppo spesso scontano la maggiore convenienza economica delle soluzioni tradizionali basate su logiche lineari e sull’impiego di risorse non rinnovabili. Per questo, secondo il Cese, “occorrerebbe valutare la possibilità di esentare dall’IVA le materie prime secondarie” e, più in generale, orientare incentivi fiscali verso le imprese che investono nella riparazione, nel riutilizzo, nel recupero e nell’impiego di materie prime secondarie.
Accanto a quello della fiscalità, l’altro nodo fondamentale da sciogliere è di natura regolatoria. Qui l’obiettivo, chiarisce il Cese, dev’essere quello di rafforzare il mercato unico, ridurre la frammentazione normativa e garantire la certezza del diritto per gli investimenti nelle catene del valore circolari. “Semplicemente il mercato non esiste ancora a livello europeo – osserva Adelina Dabu – regimi nazionali di responsabilità estesa del produttore, criteri di fine rifiuto diversificati, norme di classificazione dei rifiuti incoerenti: tutti questi elementi creano confini interni artificiali per i flussi di risorse. Un materiale classificato come prodotto in uno Stato membro viene trattato come rifiuto in un altro. È proprio questo il problema del mercato unico che il Circular Economy Act deve risolvere”.
Secondo il Cese, per raggiungere l’obiettivo di creare un mercato unico per le materie prime seconde e i prodotti circolari serve un’architettura armonizzata della responsabilità estesa del produttore (EPR), criteri di fine rifiuto europei e norme comuni per i flussi transfrontalieri di materiali, inclusi quelli di natura organica, “prerequisiti per mercati secondari di materie prime commercialmente redditizi, in grado di bilanciare domanda e offerta”.
Altro tema da mettere sul tavolo quello della concorrenza dei marketplace extra-Ue. “I marketplace che indirizzano le vendite verso il mercato Ue – chiarisce Dabu – devono essere ritenuti responsabili del rispetto della responsabilità estesa del produttore (EPR) da parte dei venditori di paesi terzi”. Una soluzione per riequilibrare la competizione con i produttori europei, che invece “si fanno già carico dell’intero costo della progettazione del prodotto e degli obblighi relativi al fine vita. Se attuato correttamente, il Circular Economy Act potrebbe essere ricordato come il momento in cui la politica industriale e quella ambientale europea hanno generato prosperità insieme, utilizzando il mercato unico come pilastro fondamentale”. Diversamente, il rischio è che finisca per rivelarsi l’ennesima – forse l’ultima – occasione perduta.





