Nel position paper realizzato dal Consorzio Italiano Compostatori si evidenzia che c’è “forte eterogeneità tra i vari impianti di trattamento, i cui scarti variano da meno del 10% fino a percentuali prossime al 50%”
L’Italia è al centro di una procedura europea d’infrazione per il mancato raggiungimento dell’obiettivo del 50% di riciclo dei rifiuti urbani al 2020 e rischia di mancare anche quello fissato al 55% entro il 2025. Un ritardo da recuperare anche migliorando l’efficienza dei processi di recupero di materia e, in particolare, quelli di riciclo organico. È questo l’allarme lanciato dal Consorzio Italiano Compostatori (CIC) che ha pubblicato il position paper “L’efficienza nel riciclaggio e la sostenibilità ambientale come criteri guida nella gestione dei rifiuti organici”. Il documento analizza le principali criticità nella raccolta e nell’avvio a riciclo della frazione organica, proponendo possibili soluzioni.
La frazione organica rappresenta da sola il 41,2% dei rifiuti urbani avviati a riciclo (dati Ispra 2023): una quota tutt’altro che marginale ai fini del raggiungimento degli obiettivi europei. In questo scenario, spiega il Cic, “appare essenziale garantire che i rifiuti siano raccolti e riciclati con la massima efficienza, il che significa, viste le regole definite per il calcolo del quantitativo di rifiuti organici riciclati, garantire il recupero di materia (produzione di fertilizzanti organici conformi alla legge) e minimizzare la produzione di scarti nella fase di trattamento, coerentemente con la qualità dei rifiuti organici trattati, in primis la frazione umida”, si legge nel documento.
Sebbene Ispra certifichi che nel 2023 il riciclo organico abbia raggiunto l’80,9%, “l’analisi di dettaglio evidenzia una forte eterogeneità tra i vari impianti di trattamento, i cui scarti variano da meno del 10% fino a percentuali prossime al 50%”.
L’idea del Consorzio è quindi quella di istituire un sistema nazionale per misurare l’efficienza reale del riciclo organico e premiare così gli impianti in linea con gli ambiziosi parametri europei. Uno strumento che possa guidare anche gli enti e i gestori nelle gare per l’affidamento dei rifiuti da trattare e “costituire la base per il miglioramento continuo dell’efficienza complessiva del riciclo organico”.
Massimizzare il riciclo, precisa infatti il Cic, non significa guardare solo alla quantità di rifiuti organici trattati ma anche alla qualità del compost prodotto, alla riduzione degli scarti e all’impatto climatico complessivo del trattamento. Partendo dai criteri tecnico-ambientali introdotti da Arera, l’autorità che regola i servizi ambientali in Italia, e dando come priorità l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione “nel rispetto dei principi di libero mercato, di libera circolazione dei rifiuti da raccolta differenziata, del principio di prossimità e dell’economicità del servizio”, il Consorzio evidenzia l’esigenza di trattare i rifiuti in impianti che rispondano al criterio della “massimizzazione del riciclaggio”. Ciò implica la produzione di fertilizzanti organici realmente utili ai suoli, la minimizzazione degli scarti e un trattamento complessivo – inclusa la fase di trasporto – che assicuri un bilancio di CO₂ equivalente il più favorevole possibile.
“In un contesto legislativo ed economico incerto e mutevole, il tema dell’efficienza è cruciale per un settore come quello rappresentato dal CIC – sottolinea il presidente Gianpaolo Vallardi – in cui le dinamiche territoriali e le risposte delle pubbliche amministrazioni rivestono un ruolo altrettanto determinante della tecnologia adottata negli impianti. L’approccio prospettico – aggiunge – e il costante confronto con le istituzioni guidano il CIC e le aziende consorziate nella definizione di proposte volte a tutelare e rafforzare una delle filiere centrali per il perseguimento dell’obiettivo della decarbonizzazione”.


