Economia circolare tra eccellenza e ritardi: ecco il rapporto “L’Italia che Ricicla 2025”

di Elvira Iadanza 05/12/2025

A Roma l’evento di presentazione del report che analizza l’andamento delle imprese di servizi ambientali e dell’economia circolare: il 54% dei rifiuti urbani viene avviato a riciclo


L’Italia del riciclo continua a distinguersi in Europa, ma accanto alle performance di vertice dei comparti industriali del recupero di risorse dai rifiuti restano le ombre di criticità strutturali che rischiano di frenare la crescita di un settore centrale per la competitività nazionale. È il quadro, fatto di luci e ombre, tracciato dal rapporto annuale “L’Italia che Ricicla” presentato a Roma dalla sezione Unicircular di Assoambiente.
I numeri confermano un sistema maturo: ogni anno nel Paese si producono 193,8 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 164,5 milioni speciali e 29,3 milioni urbani. Tra gli urbani, prevale l’organico (34,7%), seguito da carta e cartone (21,8%), plastica (12,8%) e vetro (8,3%). Secondo il rapporto, inoltre, oltre il 54% viene avviato a riciclo, il 20% a recupero energetico e il 16% finisce in discarica, mentre la raccolta differenziata raggiunge il 66,6%, pari a 19,5 milioni di tonnellate riciclate. Il riciclo dei rifiuti speciali sale, invece, al 73,1%, grazie soprattutto ai flussi provenienti da costruzione e demolizione, manifattura e trattamenti.

Accanto ai risultati consolidati in filiere come carta, vetro e metalli, persistono però nodi che rallentano gli altri comparti, su tutti raccolte insufficienti e una domanda debole di materie prime seconde. Nell’edilizia, nonostante un tasso di recupero degli aggregati riciclati dell’81%, il mercato rimane fragile e condizionato dalla disomogeneità normativa tra regioni.
La plastica risente della concorrenza dei polimeri vergini a basso costo provenienti in gran parte dall’Asia, oltre che dei costi energetici elevati e delle complessità regolatorie. Tessile e raee, al contrario, soffrono livelli di raccolta che non consentono di intercettare volumi significativi di materiali recuperabili, aggravando la dipendenza da risorse esterne.

Secondo il rapporto, la struttura industriale del settore è composta principalmente da micro e piccole imprese, spesso esposte alla volatilità dei prezzi, a margini ridotti e a una limitata capacità di investimento. A ciò si somma un quadro normativo e fiscale che non sostiene in modo adeguato lo sviluppo dei mercati nazionali delle materie prime seconde, impedendo al sistema di crescere in modo organico. Nel rapporto si sottolinea come strumenti innovativi, tra cui l’integrazione delle filiere e l’osmosi industriale, possano aumentare efficienza e competitività. Ma per farlo sono necessari interventi che rendano stabile e credibile il quadro regolatorio.

In questo senso, il presidente di Unicircular, Paolo Barberi, ribadisce: “L’Italia dispone delle competenze e delle tecnologie per assumere un ruolo leader nella transizione circolare, ma deve sciogliere le sue contraddizioni e accelerare verso un modello economico capace di produrre e utilizzare materie prime preziose per la nostra industria, ridurre i consumi, le dipendenze e gli impatti ambientali. La sfida è aperta, e riguarda il futuro industriale e il benessere del Paese, infatti se il sistema regolatorio ed economico-industriale non è in grado di favorire l’uso delle materie prime derivanti dal riciclo dei rifiuti, continueremo ad avere dei risultati di riciclo eccellenti, ma l’Economia Circolare rimarrà solo un’ideologia da sbandierare per convenienza”.
Sulla stessa linea il presidente di Assoambiente, Chicco Testa, che osserva: “Il riciclo non è più solo un tema ambientale, è una leva industriale, competitiva, strategica per la sicurezza delle risorse e per la decarbonizzazione del Paese. Occorre però un cambio di passo: servono regole chiare, uniformi e stabili, una fiscalità che premi davvero chi investe nella circolarità, criteri End of Waste efficaci e una politica di acquisti pubblici in grado di trainare i mercati del riciclato”.

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