La definizione degli atti delegati del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi apre un confronto tecnico e politico sul design for recycling. Al centro la soglia di trasmittanza del vetro, parametro chiave per stabilire la riciclabilità degli imballaggi. Studi italiani mettono in discussione le proposte più restrittive sostenute da Germania e Danimarca. Il presidente di Coreve Gianni Scotti: “La risposta di Bruxelles attesa entro agosto, ma siamo fiduciosi”
Il conto alla rovescia verso la prima applicazione del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi entra nella fase decisiva mentre, in parallelo, si apre la partita più delicata: quella degli atti delegati che dovranno tradurre in parametri tecnici vincolanti i principi del nuovo quadro normativo. È su questo terreno, e in particolare sui futuri criteri per il ‘design for recycling’, che si gioca una parte rilevante del futuro delle filiere italiane degli imballaggi e dei rifiuti da imballaggio. Inclusa quella del vetro, materiale infinitamente riciclabile che può vantare “tassi di raccolta in Italia superiori al 90% con una percentuale di riciclo che supera l’80% quando il target fissato dall’Europa per il 2030 è del 75%”, spiega a Ricicla.tv il presidente di Coreve Gianni Scotti.
Numeri consolidati, che però dovranno resistere alla prova delle nuove regole europee su produzione, consumo e gestione a fine vita degli imballaggi. La partita è decisamente aperta e, almeno per il momento, fa segnare un ‘1 a 0’ nel più classico dei confronti, quello tra Italia e Germania. O meglio, tra spumante e birra. Ma andiamo con ordine.
L’Italia è tra i principali produttori mondiali di vetro per imballaggi, “terzo Paese al mondo per volumi di bottiglie e vasi, dopo Stati Uniti e Cina”, ricorda Scotti. Una leadership sostenuta anche dal peso dell’export agroalimentare: “circa 4 milioni e mezzo di tonnellate di prodotto vetrario vengono fabbricate in Italia, perché gran parte del made in Italy alimentare che esportiamo nel mondo – dal vino all’olio fino alle conserve – passa attraverso le nostre bottiglie”. Bottiglie che, nel caso del vetro scuro, in Italia arrivano ormai a sfiorare il 90% di contenuto riciclato. Ogni tonnellata di materiale riciclato sostituito alla sabbia di silicio vergine consente di risparmiare il 30% di energia, tagliando sia le bollette che le emissioni climalteranti collegate. Sostenibilità e competitività, che si incontrano in un imballaggio alfiere del made in Italy enogastronomico e testimonianza tangibile di una filiera circolare ormai consolidata. Ora, però, c’è da fare i conti con il nuovo regolamento Ue.
A tenere banco nel confronto tra industria del packaging e la Commissione europea sulla definizione degli atti di dettaglio tecnico del nuovo regime è soprattutto il tema del ‘design for recycling’, i parametri in base ai quali dovrà essere misurata la riciclabilità o meno degli imballaggi e che a partire dal 2030 diventeranno requisito vincolante per l’immissione sul mercato Ue. “Vuol dire progettare un imballo affinché possa essere riciclabile”, chiarisce Scotti. Cosa che, nel caso del vetro, significa tenere conto soprattutto dei processi di selezione negli impianti di riciclo e della loro efficienza.
Per diventare rottame di vetro da fondere nuovamente in vetreria, o sabbia di vetro per utilizzi diversi (come l’edilizia), ogni imballaggio raccolto deve essere ‘letto’ e selezionato dai sistemi ottici automatizzati installati negli impianti di trattamento. Un vetro troppo scuro o verniciato rischia di essere letto come materiale estraneo “e quindi verrà scartato”, chiarisce. Da qui l’esigenza di etichette facilmente removibili e di evitare trattamenti superficiali che compromettano la leggibilità ottica del materiale.
E qui veniamo alla partita in corso in Europa. Il nodo più controverso dei lavori sul ‘design for recycling’ per il vetro, e quello sul quale l’Italia si sta confrontando con altri paesi produttori di imballaggi come la Germania, è quello della trasmittanza, cioè la quantità di luce che attraversa il vetro e che consente ai selettori di distinguerlo da contaminanti e materiali estranei. Volendo semplificare, è la misura di “quanto un pezzo di vetro sia trasparente”, spiega Simone Tiozzo, responsabile ricerca e sviluppo della Stazione sperimentale del vetro. Più è trasparente, meglio viene letto e selezionato, e quindi riciclato. Ma sulla misura della trasparenza non tutti sono d’accordo.
Alcune proposte fatte pervenire al tavolo dei lavori, in particolare di area tedesca e danese, indicano infatti una soglia critica del 10% al di sotto della quale il vetro verrebbe considerato non riciclabile perché scartato dagli impianti. Una soglia che, se confermata negli atti delegati, avrebbe effetti rilevanti su alcune tipologie di contenitori, ‘salvando’ le bottiglie di birra (non a caso la proposta è tedesca), ma rischiando di condannare imballaggi in vetro molto cari a paesi come il nostro. Le bottiglie per spumanti e vini frizzanti, ricorda ad esempio Tiozzo, “sono contenitori che sono spessi e scuri per una motivazione tecnica importante”: devono resistere a pressioni interne anche di 5 bar e proteggere il contenuto dalla luce. Con un limite al 10%, “alcune bottiglie presenti sul mercato oggi avrebbero potuto essere ritenute almeno parzialmente non riciclabili”.
Uno studio coordinato dalla Stazione sperimentale del vetro, avviato sotto l’egida di Coreve e poi esteso a nove impianti europei in Germania, Svizzera, Francia, Italia e Repubblica Ceca, ha però restituito un quadro diverso. “Abbiamo dimostrato scientificamente, con una base statistica molto importante, che in realtà il limite di trasmittanza a cui questo errore viene effettuato non è il 10% ma è molto più basso”, afferma Tiozzo. Gli impianti “sono in grado di riconoscere correttamente il vetro come tale fino a un livello addirittura del 2,5% di trasmittanza” e alcuni scendono “anche sotto l’1,5%”. Di conseguenza, “un limite posto al 10% sarebbe solo penalizzante per la filiera, ma non rappresenta una reale espressione della capacità tecnologica delle filiere europee”. E infatti a sottoscrivere gli esiti della ricerca sono arrivati anche gli endorsement dell’associazione europea dei produttori di imballaggi in vetro Feve, e quello dei riciclatori, Ferver.
La questione non è solo tecnica, ma anche economica e, quindi, politica. “Modificare la presa di posizione di paesi particolarmente potenti dal punto di vista della normativa tecnica, come i tedeschi e i danesi che si sono accodati a loro, non è mai una cosa semplice”, ammette Scotti. Anche se il coinvolgimento delle sigle europee ha rafforzato la posizione italiana, consentendo di “mettere sul tavolo degli elementi di discussione favorevoli alle nostre tesi”, la partita resta aperta.
“Oggi noi non possiamo dire di essere arrivati alla conclusione, ma siamo in una condizione in cui riteniamo di avere un buon vantaggio nei confronti di chi la vedeva diversamente”, sottolinea Scotti. Secondo le informazioni disponibili, “entro il mese di agosto di quest’anno dovremmo avere una definizione del tutto”, in una fase che il presidente definisce “particolarmente importante di tutta la vicenda”. La sfida ora è tradurre l’evidenza scientifica in norma vincolante, prima che il nuovo regolamento entri a pieno regime. Nella speranza di poter celebrare stappando una buona bottiglia di spumante italiano in vetro riciclato e riciclabile. All’infinito.


