“Gli obiettivi dell’Ue non incentivano il riciclo di tutte le materie prime critiche”. Un report dei giudici di Lussemburgo evidenzia alcune criticità nei target proposti dalla Commissione europea
“Non esistono obiettivi dell’Ue intesi a incentivare il riciclo di tutte le materie prime critiche”. A dirlo è la Corte dei conti europea che, nella pubblicazione ‘Materie prime critiche per la transizione energetica – Una politica non certo solida come una roccia‘, evidenzia le difficoltà del Vecchio Continente nel perseguire gli obiettivi di indipendenza legati all’approvvigionamento dei minerali e metalli indispensabili per settori chiave dell’industria, dal digitale alle rinnovabili, passando per automotive, spazio e difesa.
“Senza le materie prime critiche non ci sarà transizione energetica, né competitività, né autonomia strategica. Purtroppo, al momento siamo pericolosamente dipendenti da un ristretto gruppo di paesi al di fuori dell’Ue per l’approvvigionamento di questi materiali – ha dichiarato Keit Pentus-Rosimannus, il Membro della Corte responsabile dell’audit – è pertanto essenziale che l’Ue si rimbocchi le maniche e riduca la propria vulnerabilità in questo settore”.
Secondo i giudici contabili di Lussemburgo, il Critical Raw Materials Act — che fissa per il 2030 l’obiettivo non vincolante di soddisfare il fabbisogno europeo di materie prime strategiche con risorse provenienti per il 10% da attività estrattive, per il 40% da raffinazione e per almeno il 25% da riciclo entro i confini dell’Ue — non sta producendo i risultati attesi. Sul fronte del riciclo, nello specifico, stando ai dati del 2023, secondo la Corte dei 26 materiali necessari per la transizione energetica, ben 10 non vengono affatto riciclati nell’Unione, tra cui il litio, il gallio e il silicio metallico.
Secondo i giudici, uno dei problemi dell’approccio adottato dall’Ue è che gli obiettivi introdotti con il Critical Raw Materials Act non promuovono il riciclo di tutte le materie prime critiche, ma solo di quelle classificate come strategiche. La “assenza di valori-obiettivo vincolanti per ciascuna materia prima critica”, si legge quindi nel documento, fa sì che “la domanda di materie prime seconde rimanga incerta e che la loro diffusione sul mercato sia ampiamente volontaria”.
Nella sua relazione la Corte ricorda come una parte significativa delle materie prime critiche si trovi già su suolo europeo, all’interno dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (i Raee). Tuttavia, “l’attuale quadro della direttiva sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche non garantisce che le materie prime critiche presenti nelle apparecchiature elettroniche siano raccolte e riciclate a vantaggio dell’economia dell’Ue”. In più, scrivono i giudici, nonostante l’aumento della produzione di Raee, i tassi di raccolta in molti Stati membri non raggiungono i target previsti e, “di conseguenza – scrive la Corte – le materie prime critiche contenute in tali rifiuti vanno perse”.
Non va meglio per i rifiuti raccolti per essere recuperati ma il cui trattamento è ostacolato dalle barriere del mercato interno europeo. “Sebbene i sistemi di riciclo per le materie prime critiche funzionino bene per i materiali utilizzati in grandi volumi, come l’alluminio e il rame — scrive l’Eca — essi sono ancora poco sviluppati per quelli utilizzati in piccole quantità o incorporati in prodotti complessi, poiché il riciclo spesso non è economicamente giustificabile”. La mancanza di economie di scala rappresenta dunque una vera e propria “strozzatura” per un riciclo efficiente, antidoto fondamentale alla dipendenza dalle importazioni dai paesi terzi, Cina in primis.
Secondo la relazione, tra gli ostacoli allo sviluppo di un’industria avanzata del recupero delle materie critiche e strategiche c’è anche il nuovo regolamento sulle spedizioni dei rifiuti, che se da un lato ha limitato le esportazioni di rifiuti problematici fuori dai confini dell’Ue dall’altro “non ha eliminato gli ostacoli all’importazione di rifiuti elettronici nell’Ue” né alla loro circolazione tra Stati membri. Uno studio del 2024 citato dai giudici evidenzia infatti come il regolamento renda complesso l’attraversamento delle frontiere all’interno dell’Unione, e la conseguenza è che il trattamento di circa il 90% dei rifiuti che contengono materie critiche o strategiche avviene nel Paese in cui sono stati prodotti. Cosa che impedisce agli impianti avanzati di raggiungere le economie di scala necessarie a rendere remunerative le operazioni di riciclo. Nodi che, secondo i giudici, la Commissione europea dovrebbe impegnarsi a sciogliere entro il 2029.
La Commissione europea ha risposto alle osservazioni della Corte accogliendo la raccomandazione relativa all’introduzione di valori-obiettivo di riciclo vincolanti per le singole materie prime critiche, nonché di target realistici di raccolta e recupero per i rifiuti che le contengono. L’organo esecutivo dell’Ue ha infatti precisato che “la valutazione d’impatto attualmente in corso per il prossimo atto legislativo sull’economia circolare, comprensivo della revisione della direttiva sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, esaminerà il potenziale, la fattibilità tecnica e la giustificazione economica dell’introduzione di valori-obiettivo specifici per materiale, vincolanti in materia di riciclaggio, raccolta e recupero”.
È stata invece accolta solo parzialmente la raccomandazione sulle spedizioni dei rifiuti. Sul tema la Commissione si è limitata a dichiarare che intende esaminare “le modalità per agevolare ulteriormente i movimenti di rifiuti contenenti materie prime critiche all’interno dell’Ue”, rinviando anche questo intervento al futuro Circular Economy Act. Un provvedimento che, ha aggiunto Bruxelles, conterrà anche misure volte a consolidare i mercati delle materie prime seconde e a migliorare la disponibilità e la qualità dei flussi di materiali riciclabili.


