Nel 2024 i rifiuti urbani pro capite nell’Ue tornano a crescere, confermando un trend in contrasto con gli obiettivi di prevenzione. Aumentano i rifiuti di imballaggio rispetto alla baseline 2018, mentre il calo dello spreco alimentare resta ancora marginale rispetto ai target al 2030. Migliorano riciclo e riduzione della discarica, ma la prevenzione a monte resta il nodo critico
Nel 2024 ogni cittadino europeo ha prodotto in media 517 chilogrammi di rifiuti urbani: sei in più rispetto all’anno precedente e ben 38 in più rispetto al 2014. La produzione di rifiuti continua a crescere, mentre le politiche di prevenzione faticano a incidere in modo significativo sui modelli di consumo. Un disallineamento, quello fotografato dagli ultimi dati diffusi da Eurostat, che rende ancora più sfidanti i nuovi obiettivi europei di riduzione dei rifiuti da imballaggio e degli scarti alimentari.
I livelli più elevati di produzione pro capite si registrano in Austria (782 kg), Danimarca (755 kg) e Belgio (699 kg), mentre i valori più bassi si osservano in Romania (305 kg), Estonia (375 kg) e Polonia (387 kg). Differenze che riflettono modelli economici, sistemi di raccolta e, soprattutto, intensità di consumo profondamente differenti. Complessivamente, dal 2014 la produzione di rifiuti urbani è aumentata in venti Stati membri, con incrementi particolarmente marcati in Belgio, Repubblica Ceca e Austria, mentre solo pochi Paesi mostrano segnali di riduzione.
Nel 2023, a fronte di 234,4 milioni di tonnellate generate, la frazione più rilevante è rappresentata dai rifiuti organici (28,8%), seguita dal rifiuto indifferenziato (20,3%). Più distanziate le altre componenti: carta e cartone (13,9%), plastica (7,5%), vetro (6,3%), legno e metalli, ovvero i principali materiali da imballaggio. Se la quota ancora significativa di rifiuto misto indica margini rilevanti di miglioramento nella raccolta differenziata e nella qualità dei flussi, le altre frazioni danno la misura della natura sfidante dei nuovi obiettivi di riduzione dei rifiuti introdotti a livello europeo. Che si concentrano, non a caso, proprio sugli imballaggi e sulla quota di rifiuti organici composta da scarti alimentari.
Stando al nuovo regolamento, l’Ue dovrà ridurre i rifiuti di imballaggio del 5% entro il 2030, del 10% entro il 2035 e del 15% entro il 2040, rispetto ai livelli del 2018. Secondo Eurostat, tuttavia, tra 2018 e 2023 il packaging a fine vita, incluso quello generato dalle famiglie, è passato da 173,5 a 186,5 chili pro capite. Va leggermente meglio sul fronte dello spreco alimentare: i dati dell’istituto europeo di statistica indicano che il food waste generato da famiglie e attività di ristorazione, e conteggiato nel flusso dei rifiuti organici, è passato da 71 a 69 chili pro capite tra 2020 e 2023. Una riduzione del 2,9%, che però andrà decuplicata da qui al 2030, anno entro il quale, secondo la recente riforma della direttiva europea sui rifiuti, lo spreco alimentare dovrà essere ridotto del 30% pro capite, rispetto ai livelli del 2020, nella vendita al dettaglio e nel consumo domestico.
I numeri dicono insomma che le politiche europee hanno fin qui inciso più efficacemente sulla gestione a valle che sulla riduzione a monte dei rifiuti urbani. Lo dimostrano i dati sul riciclo dei rifiuti urbani, che ha raggiunto nel 2024 una media di 248 kg pro capite, pari al 48,1% e in aumento rispetto al 43% del 2014, anche se il dato resta sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente e in ogni caso ancora distante dal target vincolante del 55% al 2025. Decisamente meglio l’andamento dei rifiuti urbani smaltiti in discarica, che tra il 1995 e il 2024 sono diminuiti di 72 milioni di tonnellate, passando da 121 a 50 milioni, con un crollo del tasso di discarica dal 61% al 24%. Una percentuale che andrà più che dimezzata nell’arco dei prossimi 9 anni, per raggiungere l’obiettivo del 10% al 2035 fissato dall’Ue per tutti gli Stati membri.