A oltre due anni dall’avvio della commissione incaricata di riscrivere il Testo unico ambientale, il percorso di riforma resta fermo e senza una proposta concreta. L’ex ministro Sergio Costa critica il silenzio sul lavoro del tavolo tecnico del Mase e chiede una revisione organica del Tua capace di coniugare semplificazione, tracciabilità e sostegno alle imprese sane. Il Commissario per la Terra dei Fuochi Giuseppe Vadalà: “Sui reati ambientali un cambio di passo”
Che fine ha fatto la riforma del Testo unico ambientale? “Questa è la domanda da un milione di dollari”, sintetizza con una battuta l’ex ministro dell’Ambiente, e attuale vice presidente della Camera, Sergio Costa. Una domanda che, a oggi, resta però senza risposta. A oltre due anni dall’insediamento della commissione incaricata di curare il riassetto e la codificazione della normativa ambientale italiana, sul lavoro del tavolo tecnico istituito dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica continua infatti a calare il silenzio.
Nessuna comunicazione ufficiale sullo schema di legge delega che il Mase avrebbe dovuto predisporre entro il 30 settembre 2024, così come non ci sono novità sugli uno o più decreti legislativi attuativi da definire “entro e non oltre il 30 giugno 2025“, secondo quanto previsto dal decreto firmato dai ministri Gilberto Pichetto Fratin ed Elisabetta Casellati. A quasi un anno da quella scadenza, la task force composta da 33 esperti e 38 specialisti scelti tra magistrati, giuristi, accademici, ingegneri, rappresentanti delle Forze armate, delle Forze di polizia e delle associazioni di protezione ambientale non ha ancora prodotto una proposta concreta. “Se tu apri un tavolo, il tavolo deve servire a qualcosa”, osserva Costa. “Ma se non se ne ha notizia, e noi in Parlamento non ne abbiamo, vuol dire che è un tavolo improduttivo”.
Nel frattempo il decreto legislativo 152 del 3 aprile 2006, il Testo unico ambientale, ha compiuto vent’anni. “Quando entrò in vigore – osserva Costa – rappresentò una vera rivoluzione, perché per la prima volta l’ambiente veniva posto al centro dell’attenzione politica e amministrativa”. Due decenni dopo, però, il Tua mostra tutti i segni dell’età. La riforma rappresentò uno spartiacque nella storia della normativa ambientale italiana, costituendo il primo corpus organico di misure capace di tenere insieme tutela ambientale e sviluppo economico. Ma anni di modifiche, riscritture parziali ed emendamenti, uniti alla consueta ipertrofia normativa italiana, hanno progressivamente reso il Testo unico sempre più complesso, difficile da interpretare e spesso complicato da applicare per imprese, pubbliche amministrazioni e operatori del settore.
Secondo Giovanni Perillo, professore di ingegneria ambientale alla Cranfield University, “il nodo principale non è tanto l’assenza di evoluzione normativa quanto la lentezza con cui questa si è sviluppata rispetto alla rapidità delle trasformazioni tecnologiche. In un momento storico in cui la tecnologia diventa sempre più cogente in questo ambito, è chiaro che il disposto normativo deve seguire la stessa velocità. Purtroppo attualmente non riesce a farlo”, spiega.
Per Costa il problema nasce anche dal metodo con cui negli anni si è intervenuti sul decreto legislativo 152 del 2006. “Si è sempre intervenuti articolo per articolo, comma per comma. Adesso è il momento di dargli una visione aggiornata”, afferma l’ex ministro, indicando due direttrici principali per una futura riforma: maggiore prossimità tra pubblica amministrazione e attività produttive e rafforzamento degli strumenti di prevenzione attraverso trasparenza, tracciabilità e rintracciabilità dei processi produttivi. “Se arrivi prima e crei le condizioni di trasparenza e tracciabilità dell’azione produttiva, non c’è bisogno di arrivare dopo con la fase repressiva”, sottolinea Costa. La repressione deve restare ferma, ma “ci devi arrivare quando ti trovi veramente di fronte al criminale, al delinquente”. Oggi invece il rischio è che le misure repressive scattino per le imprese che provano a operare nella legalità ma che non ci riescono perché il dettato normativo si concilia poco e male con la loro realtà operativa.
Sul fronte dei controlli e della repressione degli illeciti ambientali, il commissario unico di governo per la Terra dei Fuochi, generale Giuseppe Vadalà, difende invece gli ultimi interventi di modifica del Testo unico ambientale voluti dal Governo per rafforzare il sistema sanzionatorio in materia di rifiuti. Secondo Vadalà il decreto approvato nell’agosto 2025 ha rappresentato “un cambio di passo” importante, non solo per la Campania ma per l’intero Paese, rafforzando le attività di controllo a tutela sia dei cittadini sia delle imprese che operano nel rispetto delle regole. “Il confronto è bene che ci sia”, aggiunge il commissario, “e se si può migliorare, sicuramente va fatto”.
Se nelle stanze della commissione ministeriale il confronto sembra essersi fermato, fuori il dibattito continua insomma ad animare il settore. Lo dimostra il convegno promosso nei giorni scorsi a Bacoli, in provincia di Napoli, da Assoreca e GF Service, occasione di confronto sui primi vent’anni del Testo unico ambientale, tra criticità emerse nel tempo e prospettive di revisione del quadro normativo. Per il presidente di Assoreca Angelo Merlin il confronto è servito a rileggere i primi vent’anni del decreto legislativo 152 del 2006 “con le sue criticità ma anche con quello che di buono ha introdotto e, soprattutto, con la speranza di vedere presto un nuovo testo normativo”. Dello stesso avviso Giovanni Fiore, amministratore di GF Service, secondo cui oggi non basta più limitarsi ad analizzare quanto fatto finora: “Dobbiamo capire dove vogliamo andare e come vogliamo farlo”, spiega.
Proprio la Campania viene oggi indicata come uno dei territori da cui ripartire per costruire una nuova stagione di politiche ambientali. “La storia della Campania è fatta di grandi momenti di crisi ambientale, della Terra dei Fuochi, di siti contaminati, di aree industriali dismesse e di criminalità ambientale”, ricorda l’assessora all’ambiente della Regione Campania Claudia Pecoraro. “Ma oggi la Campania è anche un punto di investimento, un punto da cui partire per ricucire le ferite e le fragilità del territorio”. Sempre che la normativa aiuti imprese, tecnici e amministrazioni pubbliche a passare dalle parole ai fatti.





