In occasione di ‘Impianti Aperti’ Humana e Assoambiente chiedono regole capaci di sostenere i costi di raccolta, selezione e riciclo del tessile post-consumo. Il futuro sistema EPR dovrà valorizzare gli impianti esistenti e dare priorità al riutilizzo. Al centro del confronto anche la tracciabilità degli abiti usati esportati fuori dall’Europa
La filiera italiana del tessile post-consumo chiede che il futuro sistema di responsabilità estesa del produttore (EPR) garantisca la sostenibilità economica della raccolta, della selezione e del riciclo, valorizzando le infrastrutture e le competenze già presenti sul territorio. Il punto, secondo Humana People to People Italia e Assoambiente, è costruire regole che sostengano gli operatori e assicurino qualità e tracciabilità dei flussi, senza aspettare l’arrivo dei contributi EPR per affrontare le difficoltà attuali del settore.
“Per superare l’attuale crisi della filiera del tessile post-consumo, la vera sfida è la sostenibilità economica”, ha affermato Karina Bolin, presidente di Humana People to People Italia. Le filiere della valorizzazione, storicamente radicate nel mercato del ‘second hand’, ovvero della selezione e preparazione per il riutilizzo, stanno attraversando una fase segnata dall’aumento dei costi di gestione, legato anche all’incremento dei rifiuti tessili intercettati (per effetto, tra l’altro dell’obbligo di raccolta differenziata), e dalla riduzione dei margini di guadagno determinato dal crollo della qualità e della saturazione dei mercati di sbocco. Fenomeni, questi ultimi, legati a doppio filo con l’aumento dei capi di bassa qualità – fast e ultra fast fashion – acquistati dai consumatori e successivamente conferiti ai servizi di raccolta.
In questo scenario, lo sguardo è rivolto alla prossima entrata in vigore del regime di responsabilità estesa del produttore, che imporrà a chi immette capi sul mercato di sostenere, anche economicamente, la corretta gestione del loro fine vita. Ma gli operatori di settore avvertono: senza prima sciogliere i nodi strutturali del settore, le future risorse a disposizione rischiano di servire a poco e nulla. “Non possiamo limitarci ad aspettare i contributi dell’EPR, ma dobbiamo progettare fin da ora soluzioni operative durevoli. Se non costruiamo oggi modelli efficienti, i futuri sistemi EPR saranno chiamati a sostenere costi esorbitanti”. In questa fase, ha aggiunto, la collaborazione con amministrazioni comunali e utility è fondamentale per la tenuta del settore.
Le richieste sono emerse a Pregnana Milanese, durante la tappa della campagna ‘Impianti Aperti’ promossa da Assoambiente, ospitata per il terzo anno consecutivo nell’impianto di selezione di Humana. All’incontro hanno partecipato oltre 60 operatori del settore. Il confronto ha riunito rappresentanti dei marchi di moda, delle imprese di servizi ambientali, del riciclo e dei sistemi EPR attorno a una questione comune: come organizzare una filiera capace di destinare i capi ancora utilizzabili al riuso e quelli non riutilizzabili a forme di recupero adeguate, mantenendo in equilibrio i costi delle diverse attività.
Il passaggio normativo è già definito a livello europeo. La direttiva Ue 2025/1892, che modifica la direttiva quadro sui rifiuti, impone agli Stati membri di istituire sistemi EPR per i prodotti tessili, gli articoli correlati e le calzature entro il 17 aprile 2028. Le norme nazionali di recepimento dovranno essere adottate entro il 17 giugno 2027. Per gli operatori italiani la definizione del sistema è quindi anche l’occasione per chiarire ruoli e responsabilità, salvaguardando le imprese sane e gli investimenti che hanno fin qui tenuto in piedi le filiere circolari del tessile post consumo.
“Servono regole chiare che assicurino la sostenibilità economica delle attività di raccolta, selezione e riciclo, assicurando al tempo stesso qualità e tracciabilità dei flussi“, ha dichiarato Elisabetta Perrotta, direttore di Assoambiente. Secondo Perrotta, le nuove norme dovranno tenere conto del contributo dei selezionatori, mentre le competenze e gli impianti già attivi in Italia possono costituire la base industriale del nuovo sistema. Per Bolin, il futuro EPR dovrà dare “priorità assoluta al riutilizzo”, in coerenza con la gerarchia dei rifiuti.
A mostrare cosa comporti, in concreto, questa attività è lo stabilimento di Pregnana Milanese. Attivo dal 2012 e ammodernato nel 2023, l’impianto ha una capacità di trattamento fino a 12.000 tonnellate l’anno. Il materiale in ingresso viene suddiviso in 25 macro-categorie e circa 65 sotto-categorie, attraverso un processo che combina strumenti digitali per la gestione dei flussi e selezione specializzata. Secondo i dati comunicati da Humana, nel 2025 il 64,5% del materiale selezionato è stato destinato al riutilizzo e il 25,6% al riciclo.
Il confronto ha riguardato anche la dimensione internazionale della filiera dell’usato, in particolare l’esportazione di abiti fuori dall’Europa, spesso associata nell’immaginario collettivo a traffici illeciti e danni ambientali nei paesi in via di sviluppo. Una generalizzazione che rischia di penalizzare anche le forme sane, tracciabili e trasparenti di economia internazionale del riutilizzo. Come quelle testimoniate dalla stessa Humana durante una visita svolta a luglio in Malawi con Erion Textiles e Reconomy. Secondo l’organizzazione, nel centro di smistamento della consociata DAPP meno dell’1% del materiale esaminato risulta non recuperabile, e viene destinato allo smaltimento, mentre la filiera locale genera occupazione e contribuisce a finanziare progetti sociali e ambientali.






