Rifiuti urbani, Utilitalia: “Rafforzare EPR e governance per puntare agli obiettivi Ue”

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Redazione Ricicla.tv
03/06/2026

Il Green Book 2026 di Utilitalia e Utilitatis evidenzia come la vera sfida per il settore dei rifiuti non sia più la crescita della raccolta differenziata, arrivata al 68%, ma l’aumento del riciclo effettivo, fermo al 52%. Per colmare il gap serviranno una piena applicazione della responsabilità estesa del produttore, maggiori investimenti e una rete impiantistica più equilibrata sul territorio. Centrale anche il tema della governance: secondo ARERA, superare la frammentazione gestionale e rafforzare la regolazione saranno condizioni indispensabili per sostenere la transizione


La crescita della raccolta differenziata non basta più a misurare il grado di avanzamento dell’economia circolare italiana. È il passaggio dalla raccolta al riciclo effettivo, dalla quantità di rifiuti intercettati alla capacità industriale di trasformarli in nuova materia, il vero banco di prova per il sistema nazionale di gestione dei rifiuti urbani. Una sfida che, secondo il Green Book 2026 di Utilitalia e Utilitatis presentato nei giorni scorsi al Green Med Expo & Symposium di Napoli, non riguarda soltanto la disponibilità di impianti o il miglioramento delle performance di raccolta, ma anche e soprattutto la capacità di costruire filiere economicamente sostenibili attraverso una piena applicazione della responsabilità estesa del produttore (EPR) e una governance territoriale più solida. Obiettivi da raggiungere anche con assetti regolatori capaci di sostenere investimenti e qualità del servizio.

“Nel nostro Paese la raccolta differenziata continua a crescere – ha detto il presidente di Utilitalia Luca Dal Fabbro – siamo al 68%, ma gli obiettivi europei al 2035 si giocano sull’effettivo riciclo e sulla riduzione dello smaltimento in discarica. Oggi siamo al 52% di effettivo riciclo, ovvero 13 punti percentuali in meno di quanto richiesto dall’Europa entro i prossimi anni. In questo scarto tra i due indicatori si giocano la qualità dei conferimenti, l’efficienza della selezione, la riduzione degli scarti e la capacità di collocare stabilmente le materie prime seconde nei cicli produttivi“.

L’analisi delle frazioni avviate a riciclo mostra il ruolo predominante dell’organico, che rappresenta il 41% del totale, seguito da carta e cartone con il 25%, vetro con il 13%, legno con il 7% e plastica con il 6%. Dietro questi numeri si nascondono filiere molto diverse tra loro per caratteristiche industriali, qualità dei materiali raccolti, costi di trattamento e sbocchi di mercato. Proprio la plastica rappresenta uno dei casi più significativi: pur incidendo relativamente poco in termini di peso, continua a essere una delle frazioni più complesse da gestire per la forte variabilità qualitativa dei flussi, la presenza di materiali estranei e la concorrenza esercitata dalle materie prime vergini.

In questo contesto, il Green Book individua nella responsabilità estesa del produttore uno degli strumenti decisivi per consolidare la sostenibilità economica del sistema. “La responsabilità estesa del produttore assume un ruolo centrale su due fronti: innanzitutto per sostenere il riciclo e in secondo luogo per dare stabilità alla filiera del recupero”, ha affermato Dal Fabbro, ricordando come la crescita dell’economia circolare richieda un collegamento sempre più stretto tra chi immette prodotti sul mercato e chi è chiamato a gestirne il fine vita, superando la tradizionale separazione tra fase produttiva e fase di recupero.

È proprio sul terreno dell’EPR che il rapporto concentra una delle sue indicazioni più significative. I dati elaborati a partire dalle dichiarazioni MUD 2024 mostrano infatti che i costi di raccolta e trattamento variano sensibilmente tra le diverse filiere. Per il vetro i costi medi oscillano tra 24,2 e 27,8 centesimi di euro al chilogrammo, mentre per carta e cartone si collocano tra 27,33 e 30,23 centesimi. Gli imballaggi in plastica raggiungono invece valori compresi tra 43,67 e 53,44 centesimi al chilogrammo, evidenziando quanto la qualità dei materiali raccolti e la presenza di frazioni estranee incidano sull’efficienza economica del sistema. Secondo il Green Book, il principio europeo del ‘chi inquina paga’ può trovare piena applicazione soltanto se i sistemi EPR garantiscono una copertura effettiva dei costi efficienti sostenuti dai gestori lungo l’intera filiera del post-consumo, come riconosciuti dalla regolazione Arera attraverso il metodo tariffario.

La sfida più rilevante resta tuttavia quella infrastrutturale. Il raggiungimento degli obiettivi europei al 2035, ovvero il 65% di riciclo e la riduzione del conferimento in discarica al 10%, richiedono una rete impiantistica adeguata e distribuita in maniera più equilibrata sul territorio nazionale. Le stime contenute nel Green Book evidenziano ancora deficit importanti nel Mezzogiorno e in Sicilia sia per il trattamento della frazione organica sia per la gestione del rifiuto indifferenziato residuo.

In questo quadro, la realizzazione del termovalorizzatore di Roma viene indicata come un intervento in grado di ridurre sensibilmente il fabbisogno impiantistico dell’area centrale del Paese, mentre gli impianti sostenuti dal Pnrr, dal decreto aiuti e dagli investimenti diretti delle aziende contribuiranno a colmare parte del fabbisogno relativo all’organico. Resta però aperta la questione della capacità di trattamento nel Sud Italia, dove la disponibilità di impianti continua a essere inferiore rispetto ai quantitativi di rifiuti prodotti.

Proprio gli investimenti rappresentano uno dei fattori chiave per superare le criticità storiche del settore. Nel 2024 le aziende della gestione dei rifiuti hanno realizzato investimenti per circa 2 miliardi di euro. A trainare la crescita sono soprattutto le imprese di maggiori dimensioni, che tra il 2016 e il 2024 hanno più che raddoppiato i volumi investiti. Permangono però forti differenze territoriali: nel Nord gli investimenti medi hanno raggiunto 4,5 milioni di euro per azienda contro i 2,8 milioni registrati nel Sud e nelle Isole.

Un divario che conferma la necessità di rafforzare la capacità industriale e finanziaria nelle aree che presentano i maggiori fabbisogni infrastrutturali. Tema che nel Green Book si intreccia con quello della governance del servizio e della frammentazione degli assetti locali, indicata come uno dei principali ostacoli alla modernizzazione del settore. Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni, si legge, oggi solo il 39% della popolazione è servito da società affidatarie selezionate tramite gara e il 62% dei bandi continua a essere promosso direttamente dai Comuni, quasi sempre per il solo territorio comunale.

Le gare per l’affidamento del servizio, rileva il Green Book, hanno una durata media inferiore ai cinque anni e risultano concentrate prevalentemente sulle attività di raccolta e trasporto, mentre la componente impiantistica continua a svolgere un ruolo marginale. Il risultato è un sistema caratterizzato da livelli di servizio eterogenei e da dimensioni gestionali spesso polverizzate. Le gare d’ambito restano numericamente limitate ma interessano circa sette milioni di abitanti e un valore economico complessivo stimato in 16 miliardi di euro, confermando il potenziale di modelli più integrati e orientati alla programmazione di lungo periodo.

“Nei rifiuti siamo esattamente nella situazione contraria rispetto all’energia, con una frammentazione gestionale e anche dei regolatori territoriali molto forte”, ha osservato Alessandro Bratti, membro del collegio dei commissari di Arera, secondo cui la regolazione dovrà accompagnare il processo di maturazione industriale del settore, intervenendo sui meccanismi tariffari, sulla qualità dei dati e sulla definizione dei costi efficienti. Tema, quest’ultimo, direttamente legato alla riflessione sulla sostenibilità economica delle gestioni e sul ruolo della responsabilità estesa del produttore. Un confronto che l’Autorità punta inoltre a rafforzare rilanciando l‘Osservatorio della regolazione, “un luogo dove interloquire con gli stakeholder in maniera continua”, ha spiegato Bratti.

Le disparità infrastrutturali e gestionali si riflettono anche nei valori delle tariffe rifiuti: nel 2025, rileva il Green Book, la Tari media nazionale si attesta a 333 euro, ma con al Nord un valore medio pari a 288 euro, mentre nel Centro e nel Sud si raggiungono rispettivamente 358 e 378 euro. Un conto che nel prossimo futuro potrebbe farsi più salato per effetto del probabile inserimento dell’incenerimento dei rifiuti tra i settori soggetti al meccanismo ETS. Entro la fine di luglio la Commissione europea dovrebbe presentare la valutazione d’impatto della misura che, secondo la federazione delle utility, “potrebbe generare un aggravio tariffario fino a 45 euro la tonnellata e oneri aggiuntivi per il settore fino a 350 milioni di euro l’anno – ha detto Dal Fabbro – e questo è inaccettabile. Il waste to energy è un tassello fondamentale per la chiusura del ciclo. Bisogna andare a Bruxelles con una posizione forte e condivisa. Non potranno essere le imprese a sostenere questi extra oneri, ma soprattutto non dovranno farlo i cittadini”.

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