Roma Capitale finisce sotto accusa per una gara da 720 milioni sulla manutenzione stradale che, secondo Anpar, eluderebbe l’obbligo di applicare i Criteri ambientali minimi previsti dal Codice degli appalti. L’associazione ha segnalato il caso all’Anac. Un episodio che si inserisce in un quadro nazionale ancora critico: secondo Legambiente, nel 2024 l’attuazione dei Cam nei Comuni si è fermata in media al 56%
Roma bocciata in materia di green public procurement. L’applicazione dei Criteri ambientali minimi è obbligatoria per tutte le gare pubbliche ai sensi del Codice degli appalti, ma la Capitale, a quanto pare, non lo sa. O meglio, dimostra di conoscere la teoria ma poi non la mette in pratica. Lo proverebbe la gara d’appalto recentemente bandita per interventi urgenti e ordinari di manutenzione stradale, dal valore complessivo di 720 milioni di euro, nella quale lo stringente vincolo imposto dal codice dei contratti pubblici sarebbe stato quasi completamente eluso. La denuncia arriva da Anpar, l’Associazione Nazionale Produttori di Aggregati Riciclati (che aderisce ad Assoambiente) che ha scelto di rivolgersi all’Anac segnalando la supposta irregolarità della procedura, tuttora in fase di aggiudicazione.
Secondo Anpar, infatti, i Cam per le infrastrutture stradali, definiti dal Ministero dell’Ambiente ed entrati in vigore a dicembre del 2024, sarebbero stati citati “genericamente solo nella parte amministrativa, ma non in quella tecnica del capitolato”. Quella cioè che conta davvero e che trasforma le gare pubbliche per beni e servizi in una leva di sostenibilità ambientale. I Cam per le infrastrutture stradali, nello specifico, prevedono ad esempio quote minime di materiali riciclati da utilizzare nelle applicazioni che vanno dal piano di posa della strada, al rilevato, al sottofondo fino alla fondazione ma l’appalto di Roma Capitale, denuncia Anpar, “prevede l’utilizzo dei soli aggregati naturali di cave per la realizzazione di strati di fondazione stradale”.
Secondo l’associazione, inoltre, anche “le temperature di posa e di confezionamento delle miscele bituminose e i requisiti degli impianti da cui gli operatori si devono rifornire” sarebbero stati fissati in violazione dei Cam, così come risulterebbe in totale disallineamento rispetto alla disciplina definita dal Ministero dell’Ambiente anche l’assenza di riferimenti “ai coefficienti di rifrazione previsti dai Cam strade per evitare le isole di calore”. Oltre a non tenere conto dei Cam, spiega poi Anpar, l’appalto sarebbe disallineato rispetto alla normativa tecnica vigente nella parte in cui richiede agli operatori “l’iscrizione al repertorio di riciclaggio, che da 10 anni è stato chiuso dal Mase”, scrive l’associazione, e nei riferimenti “a norme tecniche e prove sui materiali non più in vigore da anni”.
“L’economia circolare si attua pienamente quando e solo se le materie prime ottenute dalle raccolte differenziate e dal successivo riciclo vengono impiegate concretamente per sostituire materie prime vergini – osserva il presidente di Anpar Paolo Barberi, secondo cui – questa vicenda è esemplificativa di ciò che spesso avviene nel nostro Paese, con ottime performance di riciclo realizzate dalle imprese che poi vengono disattese nella pratica”. Un caso, quello di Roma, che purtroppo è tutt’altro che isolato. Secondo l’ultimo Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente, infatti, nel 2024 l’indice medio di performance dei Comuni si sarebbe attestato al 56%. Il percorso verso l’attuazione concreta dell’obbligatorietà dei Cam definita dal Codice degli Appalti, insomma, è ancora a metà strada, e in questo scenario piuttosto che fare da capofila la Capitale sembra avere scelto una posizione di retroguardia. “Stupisce – aggiunge Barberi – che a un anno dall’entrata in vigore delle norme sui criteri ambientali minimi non se ne preveda concreta applicazione in un appalto così rilevante e strategico per la Capitale d’Italia”.


