Rifiuti, il futuro della tracciabilità sul filo tra tecnologia e normativa

Prosegue la sperimentazione del nuovo sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti, il RenTRi. Le nuove modalità operative potrebbero semplificare la vita delle imprese, ma i lacci della normativa rischiano di imbrigliarne lo sviluppo

Da un lato una sperimentazione che procede, seppur con qualche ritardo, definendo modalità operative improntate all’interoperabilità e alla semplificazione. Dall’altro il rischio di un disallineamento con la cornice normativa che potrebbe condizionare pesantemente gli esiti dell’intera operazione. Un rischio che riporta inevitabilmente alla memoria i dolori del passato, visto che quell’operazione si chiama RenTRi e che in gioco c’è il rilancio della tracciabilità informatica dei rifiuti in Italia dopo dieci anni di travagliata convivenza con il Sistri. “La sperimentazione del prototipo del RenTRi è entrata nel vivo – spiega Tiziana Cefis, consulente ambientale dello studio TeA Consulting – con il pieno coinvolgimento delle software house nella fase di sviluppo. Cosa che garantirà che fin da subito i sistemi gestionali delle imprese possano colloquiare con la nuova piattaforma. In sostanza si capovolge quello che era successo con il Sistri”. Che invece piombò a scatola chiusa nella vita delle imprese, costringendole ad adeguarsi a logiche e strumenti (a proposito di scatole, qualcuno ancora oggi si domanda a chi restituire la famigerata ‘black box’) che sembravano non tenere conto delle loro esigenze operative.

“Allo stato attuale – chiarisce Giovanni Paone, amministratore unico di Nica – lo sviluppo del prototipo è approdato alla definizione del modello di autenticazione, alla generazione dei registri di carico e scarico e all’invio al RenTRi dei dati annotati nei registri. Ora stiamo lavorando alla digitalizzazione del formulario di identificazione dei rifiuti, che dovrà accompagnarne il trasporto, ma in forma telematica. È una fase cruciale. Dal punto di vista tecnico – prosegue – si tratta di mettere a punto un documento che dovrà essere firmato da più soggetti in modalità digitale e le cui informazioni dovranno essere inviate al RenTRi in ogni fase. Una condivisione immediata delle informazioni tra tutti i soggetti coinvolti che nel futuro potrà tradursi in semplificazioni importanti per le imprese, come ad esempio l’addio all’invio della quarta copia”.

Gli sviluppi insomma sembrano incoraggianti, almeno sul piano tecnologico. Vera chiave angolare di tutta l’operazione resta però l’emanazione dei decreti del Ministero della Transizione Ecologica che dovranno mettere nero su bianco le modalità di funzionamento del RenTRi e dare una veste giuridica ai nuovi modelli digitali dei registri di carico e scarico e dei formulari. Ed è su questo punto che l’ottimismo che accompagna la sperimentazione comincia a cedere un po’ il passo alla preoccupazione. “La tracciabilità dei rifiuti è governata dall’articolo 188-bis del Testo Unico Ambientale – spiega Cefis – che è la norma primaria di riferimento, ma l’organizzazione e il funzionamento del RenTRi sono demandate a uno o più decreti ministeriali che non sono ancora stati emanati. Ci auguriamo ovviamente che i regolamenti non intervengano in modo troppo puntuale sui meccanismi del sistema”. Altrimenti il rischio è che possano ingabbiarlo, limitandone l’operatività. Ma quello che più preme alle imprese è che i decreti ministeriali vedano la luce solo al termine della sperimentazione. Un impegno che il dicastero di Via Cristoforo Colombo ha già assunto nero su bianco. “Le software house – sottolinea Paone – hanno sottoscritto un protocollo d’intesa con il MiTE nel quale si precisa che la sperimentazione non solo può ma deve essere propedeutica alla redazione dei decreti regolamentari. Al termine della fase sperimentale l’Albo Nazionale Gestori Ambientali, che con Ecocerved sta coordinando i lavori per la messa a punto del prototipo, consegnerà al MiTE un documento dettagliato con gli esiti del laboratorio. È su quella base che poi dovranno essere redatti i decreti”.

Il problema però è che scrivere degli ottimi decreti potrebbe non bastare a liberare il nuovo sistema dai lacci che rischiano di imbrigliarlo. “Molte delle regole che disciplineranno registri e formulari ci sono già – spiega Tiziana Cefis – e sono destinate a rimanere quelle definite all’articolo 190 e 193 del Testo Unico Ambientale”. Che è una norma di rango primario e che quindi andrebbe modificata non con un decreto ministeriale ma con una legge dello Stato. “Le tempistiche previste per la compilazione del registro di carico e scarico, ad esempio – prosegue Cefis – varranno anche per il ‘consolidamento’ dei dati in versione digitale. Solo i tempi per il successivo invio al RenTRi saranno stabiliti dai decreti ministeriali. Quindi restano fermi i due giorni per gli impianti e i dieci giorni per produttori, trasportatori e intermediari. Sappiamo bene quanto per gli impianti questo possa essere critico, visto che soprattutto quelli che fanno lavorazioni complesse hanno grandi difficoltà a ‘consolidare’, quindi firmare con una marca temporale, i dati relativi ai trattamenti effettuati nell’arco dei soli due giorni lavorativi”. “Occorre intervenire sulla norma di rango primario e allungare questi termini” aggiunge Paone, secondo cui però la vera falla nel quadro normativo di riferimento è un’altra. “Il peccato originale – dice l’amministratore unico di Nica – è il fatto che la normativa continui a ragionare in termini di registri e formulari, considerandoli adempimenti diversi e mutuando logiche che sono quelle dell’attuale sistema cartaceo. Tutto questo – osserva preoccupato – rischia di ridurre la transizione digitale della tracciabilità ad una mera dematerializzazione degli attuali adempimenti cartacei”. Una preoccupazione che serpeggia anche tra le imprese. “È evidente lo scollamento tra normativa e pratica quotidiana – commenta amaro il gestore di un impianto di trattamento – e la cosa riporta un po’ il sapore del Sistri”.

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